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lunedì 17 febbraio 2014

I CARNEVALI PIU' BELLI IN SICILIA


Il Carnevale è il lungo periodo festivo che precede l'inizio della Quaresima nei paesi a tradizione cattolica. Festa pagana di antichissime origini, il carnevale si rifà probabilmente ai baccanali romani o alle feste ellenistiche e ateniesi che si svolgevano rispettivamente, una in onore di Iside agli inizi di marzo e l'altra in onore di Dionisio a fine febbraio. Si è creduto per molto tempo che l'origine del termine "carnevale" fosse derivato da "Carnem Levare", cioè al divieto ecclesiastico di consumare carne durante il digiuno quaresimale, e che la festa sinonimo di divertimento, allegria, travestimento, sfarzo, nascesse dal sentimento di evasione nei confronti del periodo di penitenza e digiuno. Ma l'opinione più diffusa pare sia quella che il carnevale rappresenti un adattamento cristiano di antiche cerimonie purificatrici pagane. In tutto il mondo, le strade delle città diventano teatro di manifestazioni ed eventi, sfilate di carri allegorici e maschere, coriandoli e stelle filanti, che raggiungono l'apice della trasgressività il martedì grasso. Pulcinella, Balanzone, Pantalone, Arlecchino, Brighella, queste le maschere italiane più note del carnevale. In Sicilia, le cui origini del carnevale risalgono al 1600, le maschere più caratteristiche sono quelle dei Jardinara (Giardinieri) e dei Varca note soprattutto nella provincia di Palermo, quelle dei Briganti e quella del Cavallacciu note soprattutto nel catanese. Altre maschere, parodia ai maggiori esponenti delle classi sociali cittadine, sono le rappresentazioni dei "Dutturi", dei "Baruni" e degli "Abbati" e ancora, la vecchia maschera della "Vecchia di li fusa" presente anticamente nella Contea di Modica, simbolo della morte del carnevale. Il carnevale, spesso snobbato dagli intellettuali ha, invece, una sua riconosciuta valenza storico-culturale come ci dimostrano valenti studiosi ed antropologi, dal Pitrè al più recente Buttitta che, sulle tradizioni carnascialesche in Sicilia, hanno scritto pagine interessantissime.

Parecchie le città che in Sicilia vantano noti e antichi Carnevali come quello di Palazzolo Acreide in provincia di Siracusa, la cui tradizione si perde nel tempo e dove si svolge dal 27 febbraio al 4 marzo la Sagra della salsiccia accompagnata da Sfilate di carri allegrorici e cortei mascherati . Qui il Carnevale si festeggia per sei giorni di seguito attraverso le sfilate di carri allegorici, la partecipazione delle tipiche maschere siracusane come i "cuturri", vari veglioni e grandi abbuffate a base di "Cavatieddi" (un tipo di pasta condita con il sugo di maiale), la salsiccia ed il crostino di trota. Un carnevale all'insegna della spontaneità e del coinvolgimento totale di tutta la cittadinanza che degnamente contribuisce alla riuscita dell'unica rappresentazione, nel suo genere, in tutta la provincia siracusana. Palazzolo è anche Patrimonio dell'Umanità per cui prima di immergersi tra gli stand gastronomici ed i carri del carnevale è un'ottima occasione per fare una visita guidata all'antico Teatro Greco alla Strada Romana e alle splendide Chiese del paese. Il carnevale di Palazzolo ha origini molto antiche, da un antichissima e singolare processione che si svolgeva in occasione della festa della Madonna Odigitria, caratterizzata da un corteo di donne in maschera coperte da un ampio manto e perciò dette ‘ntuppatedde’, che irrompevano in mezzo alla processione sconvolgendola con il loro procedere a passo di musiche trascinanti e a ritmi di danza incalzanti. Nei primi del ‘900 erano gli artigiani a fare la manifestazione, erano loro che allestivano i “pupi” che venivano portati in giro per le vie del paese su dei carretti. Nel dopoguerra, in particolare intorno agli anni sessanta, è iniziata la grande stagione di Turi Rizza: una persona di estro eccezionale, realizzava i carri e le maschere; ogni anno impersonava un personaggio diverso, prendendo di mira personaggi della politica locale, della società civile, del clero ma anche semplici cittadini. Fino agli anni sessanta si approntavano nelle due piazze principali i veglioni (i vagliuna) con i botteghini, dove si giocava al "sottonovanta" e dove si danzava. Tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80 il carnevale ha attraversato un momento di crisi. Nei primi anni ottanta, sempre nel quartiere di San Paolo si realizzò il primo veglione. Nacque l’entusiasmo di vestirsi in maschera, usanza fino a quel momento vissuta solo dai giovani. Negli anni Ottanta si sono avute delle innovazioni grazie a Vincenzo Guglielmino, “u scinziatu”, che ha introdotto nuove tecniche: la fattura è divenuta più raffinata, i pupazzi sono diventati di grandi dimensioni e sono stati introdotti nuovi movimenti meccanici. Negli anni successivi i veglioni diventarono due, un secondo veniva allestito davanti la villa comunale, tutto ciò per oltre un decennio.

Il Gran Carnevale di Avola, provincia di Siracusa, si svolge dal 27 febbraio al 4 marzo, la cui origine ha radici antichissime, presumibilmente, risale al medioevo. Sfilate di Carri allegorici, carri infiorati, gruppi mascherati e recita dei canti carnascialeschi. Il primo documento relativo al Carnevale Avolese, risale agli inizi di questo secolo. Si tratta dell'articolo Carnevale in Avola pubblicato nel 1912 da Gaetano Apollo Gubernale sulla rivista "La Siciliana", da lui diretta: "La maschera che conta un maggior numero di affiliati è quella del massaru con vestimento all'antica, cioè la tradizionale ormai scomparente meusa in testa, camicia di flanella bianca, giacca cortissima, calzoni di velluto, ampi e corti fino al ginocchio, calzette lunghe e bianche e stivaloni larghi. I massari camminano saltellando sulla punta dei piedi, tenendo in mano una forcella e sulla spalla i vertuli (bisacce). Vien dopo quella dei micheli consistente in un berrettone a maglia bianca infilato sulla testa fino al collo, con quattro buchi orlati di rosso, fatti adattamente in ordine agli occhi, al naso e alla bocca; e una lunga camicia di donna stretta al fianco da una cordicella di liama (disa), oppure da una correggia di cuoio ornata da cianciani (sonagli). I micheli portano in mano una maccia r'ardicola (pianta di ortica), o una frasca d'ulivo, con le quali van pungendo e percotendo gli amici e i parenti che incontrano per via; il loro passo è un trotto continuato; la voce un gutturale monotono, rullante, noioso. Essi sono capaci di combinare per le vie scenette ridicole, umoristiche, piacevoli per gli spettatori". Un altro elemento associabile alla Grecia classica era dato dai carri ambulanti di poeti dialettali e musici, simili a quelli usati dai greci nelle feste orgiastiche in onore di Dioniso. Questi carri, detti dei pueti, ci inducono a parlare di un'altra antica tradizione avolese: la recita in pubblico delle poesie dialettali. Durante il Carnevale, soprattutto nelle ore pomeridiane, i poeti giravano per il paese su carretti siciliani addobbati per la circostanza con ramoscelli di oleandro (rànnulu). Dopo la seconda guerra mondiale in una delle piazze di Avola si costruivano dei casotti nei quali si faceva una pesca con i numeri della tombola. In palio c'era di tutto: animali vivi (soprattutto galli) o pasticciotti (grossi dolci rotondi ripieni di marmellata) e tante altre cose. Sul finire degli anni '50 si assiste ad un momento di crisi, dal 1961 la tradizione viene ripresa e rinnovata con lo scopo principale di attrarre turisti ad Avola. Da allora i festeggiamenti si sono ripetuti ogni anno per quattro giorni. Il programma, in genere, prevede quattro giorni di festa. Nel pomeriggio del sabato grasso, comincia a girare per le vie cittadine il pupazzo, detto Re Carnevale, al suono della Banda musicale. La domenica pomeriggio dal Viale Lido si inizia una grandiosa sfilata di carri allegorici ed infiorati, gruppi mascherati e talvolta carretti siciliani. La sera si suona in piazza e la gente passeggia fra coriandoli e stelle filanti. Il lunedì è quasi interamente dedicato alla recita dei canti carnascialeschi (poesie dialettali), la tradizione è stata ripresa con la conservazione del termine dialettale di "Storii". La giornata del martedì è dedicata alle prove finali della gara di poesie dialettali e alla sfilata simile a quella della domenica chiusa da una classifica con premi in denaro. La festa si conclude la notte del martedì con il rogo del pupazzo rappresentante Re Carnevale. Il piatto tipico del Carnevale è quello dei "maccarruna ccà ricotta e 'u sucu" (maccheroni conditi con ricotta e salsa di pomodoro).

La tradizione più antica del paese di Balestrate, provincia di Palermo, strettamente legata al carnevale, è "Il Ballo dei Pastori" o "Contradanza Mascherata" che si svolge dal 27 febbraio al 4 marzo. Il nome è legato ad una leggenda tramandatasi oralmente di generazione in generazione. Si dice che nei tempi antichi il carnevale si festeggiasse in due giorni: domenica e lunedì e che un gruppo di pastori non riuscisse mai a partecipare ai festeggiamenti perchè il padrone del gregge non li lasciava mai liberi. Un anno riuscirono ad essere liberi il martedì, ma giunti in paese, seppero che ormai la festa era passata. Decisero allora di festeggiare il carnevale a modo loro indossando abiti femminili a scatenandosi in contradanze per tutto il paese. Da allora il carnevale ebbe un giorno in più che fu chiamato "lu jornu di lu picuraru". Da qui il nome dato al ballo. Alle attività tradizionali si aggiungono i veglioni e le serate da ballo organizzate in sale private da gruppi di familiari, amici e conoscenti. Nelle sale private, sempre più frequentate, si balla di tutto, intorno alla mezzanotte ogni familiare mette una quota che serve per comprare rosticceria, dolcini, liquori. Dal 1985 fanno il loro ingresso nel carnevale balestratese i carri allegorici. 

Dal 27 febbraio al 4 marzo si svolge il Carnevale di Acquedolci, provincia di Messina, la cui maschera ufficiale è "Doroteo". L’origine risale al lontano 1966 quando, su iniziativa di alcuni giovani vennero organizzati dei veglioni per festeggiare il Carnevale. Ma la prima apparizione di Carri allegorici (esattamente 3 dei quali uno raffigurante l’Apollo 11) è avvenuta nel 1969, sia pur con tecniche rudimentali, su iniziativa degli stessi giovani che tre anni prima avevano dato il via ai festeggiamenti. Nel corso degli anni le tecniche di costruzione si sono affinate sempre più sia da un punto di vista tecnico che artistico al punto che nel 1997 i carristi si sono voluti costituire in associazione per poter dare vita ad una scuola di formazione professionale, finalizzata all'apprendimento delle tecniche di realizzazione dei carri allegorici, maschere e costumi, e favorire così lo sviluppo e la promozione del Carnevale Acquedolcese. I Carri allegorici sono strutture costruite prevalentemente in cartapesta, che devono rispettare anche determinati canoni, tra cui le dimensioni: lunghezza compresa tra i 9 e i 13 metri; larghezza tra i 3 e i 4 metri; altezza tra i 4,5 e i 5,5 metri. Tali misure potranno essere estese (includendo il movimento delle figure) fino ad un’altezza massima di 10 metri, una lunghezza di 17 metri ed una larghezza di 6 metri. Acquedolci ha acquisito una sempre maggior notorietà per il suo carnevale e la bellezza dei suoi carri, al punto tale da essere considerato il terzo carnevale di Sicilia per importanza e a richiamare decine di migliaia di persone.

Protagonista della kermesse carnevalesca del Carnevale di Antillo, in provincia di Messina, la maschera tradizionale "U Picuraru", (Il Guardiano di pecore) testimonianza evidente ed inconfondibile della spiccata tradizione silvo-pastorale del territorio. Ridare vita e dignità a questa remota tradizione popolare consente non solo di gettare un fascio di luce sulle origini oscure e misteriose della maschera antillese e sugli elementi caratteristici del suo pittoresco travestimento, ma anche di indagare la valenza simbolica del cerimoniale carnevalesco inscenato dai 'picurari' per le vie di Antillo. Sopravvissuto al declino della società agropastorale di cui è eloquente espressione, il tipico mascheramento del 'picuraru' rivela il desiderio della comunità di disporre di una festa destinata allo sfogo, alla trasgressione e all’assunzione di un'identità "altra" da sè. In tal senso, l'inquietante figura del 'picuraru' incarna in modo esemplare la contrastante ambivalenza uomo-animale, dando corpo ai racconti popolari sulla simbiosi tra uomo e animale, sugli animali che si umanizzano e/o sugli uomini che si trasmutano in bestie. Durante i giorni di festa, che vanno dal 27 febbraio al 4 marzo, sfilate per le vie del paese delle maschere tradizionali antillesi e dei liberi suonatori di campanacci di San Mauro Forte, degustazioni di prodotti tipici antillesi: salsiccia arrosto, cuzzola al forno e pane caldo condito annaffiati da buon vino locale. Non mancherà infine l’occasione di trascorrere qualche ora in allegria e spensieratezza, divertendosi sulle note degli immancabili tradizionali balli di contradanza.

Dal 27 febbraio al 4 marzo si svolge il Carnevale del Murgo e dell’Orso a Piraino, in provincia di Messina. La "Sfilata del Murgo e dell'Orso" è l'incontro di due tradizioni carnevalesche: quella di Gioiosa Marea (il Murgo) e quella di Piraino (l'Orso). Nel centro storico di Piraino, scenderà in piazza l’Orso che accompagnato da cacciatori, dame, cortigiani e nobili, metterà in scena l’antica metafora dell’animale simbolo per eccellenza del carnevale dei tempi antichi nelle nostre zone. Durante l’evento degustazione di salsiccia, chiacchiere, maccarunata e “Sagra da fedda rassa”, ovvero pane abbrustolito con fette di lardo. Piraino è situato su una collina con altitudine media di 400 metri sul livello del mare, dislocazione geografica invidiabile tra il Capo d’Orlando e il Capo Calavà. Ha di fronte il mare Tirreno con le isole Eolie, ma in giornate di cielo terso, dallo spiazzo della “Guardiola” (Belvedere), il suo orizzonte si allarga fino a Cefalù e a Capo Milazzo. Con un percorso di pochi chilometri si può raggiungere la splendida spiaggia di Gliaca, ove comincia la zona costiera e che si prolunga sino a Zappardino, al confine con Gioiosa Marea. Piraino è anche appellato “Il Paese delle due torri” perché due sono le torri esistenti nel suo territorio. Una al centro dell’abitato, enorme, cilindrica, quella stessa che fece parte delle mura di cinta, impropriamente detta “saracena”, consolidata negli anni recenti, che si erge maestosa a dominare il panorama del paese. L’altra Torre si trova nella frazione Gliaca, sulla sporgenza sul mare di una roccia, detta "Torre delle Ciavole” (XVI sec.) perché da secoli questi uccelli vi si annidano.

A Gioiosa Marea, provincia di Messina, il Carnevale del Murgo "Grande Festa delle Murghe", manifestazione di apertura con la "La Racchia" e tradizionale sfilata del “Murgo e dell'Orso" dal 27 febbraio al 4 marzo.  A Carnevale era costume diffuso, sino a qualche anno fa, le sere del giovedì, del sabato e della domenica che ricadevano in tale periodo, accogliere e far ballare nelle case i 'maschiri' (maschere). L’usanza era intesa come 'riciviri i maschiri' (ricevere le maschere) e pertanto, le porte delle case restavano aperte a chiunque fosse mascherato. La maschera poteva fare ogni sorta di scherzo ai padroni di casa ed ai loro ospiti, i quali ovviamente tentavano di riconoscerla. I travestimenti carnevaleschi erano i più svariati e correlati alla fantasia più estrosa del momento. Infatti, anche i padroni di casa ed i loro ospiti, a loro volta, dopo l’arrivo delle maschere, ricorrevano a travestimenti estemporanei avvalendosi di coperte o di altro. Se la maschera veniva riconosciuta era costretta a svelare la sua identità, scoprendo il viso, nel caso invece che non veniva riconosciuta, aveva diritto a 'mangiare e bere' ma doveva prima farsi riconoscere. Personaggi famosi del carnevale di un tempo non lontano furono Ignazio Spanò e Filippo Terranova per la loro innata arguzia e lo spirito squisitamente gioiosano. I loro travestimenti erano attesissimi ad ogni carnevale; i più famosi furono quelli di: Giulietta e Romeo, Coppi e Bartali, la balia ed il neonato, Nerone e Poppea, il chirurgo ed il paziente. Altro personaggio caratteristico del carnevale il Capitano Turi Zampino con il suo inseparabile violino a capo della 'Murga'. Da festa popolare, intesa in senso corale e di massima partecipazione, in questi ultimi anni, il carnevale si è circoscritto alla vita dei circoli cittadini ed alla sfilata dei carri. La manifestazione che tradizionalmente apre il carnevale è "La Racchia”, dove gente di varia estrazione sociale accomunata dalla voglia di divertirsi liberamente si veste in modo stravagante dando vita, con musica e canti, ad una festa popolare itinerante che coinvolge il paese intero. In scena la “Murga”, caratteristica orchestrina sgangherata e coloratissima, diretta dal Murgo in frac e cilindro, che fu importata dall'Argentina da emigrati di ritorno che avevano assimilato questo aspetto della cultura latino-americana, arricchendola con elementi locali tratti dal contesto marinaresco. Conclude il carnevale la sfilata del “Murgo e dell'Orso”, durante la quale carri e gruppi dei Comuni di Gioiosa Marea e Piraino parteciperanno insieme per le vie cittadine creando un imponente sfilata con il coinvolgimento di centinaia di persone con la voglia di stare insieme e di divertirsi.

A Cattafi, località sita nella provincia di Messina nel comune di San Filippo del Mela, in occasione del Carnevale, dal 27 febbraio al 4 marzo, sfilano gli "Scacciuni", machera tipica del luogo che vuole rievocare la cacciata di un'orda di pirati saraceni da parte degli antichi abitanti del vecchio casale di Cattafi. L'origine dell'attuale maschera risale fra il 1500 e il 1600, a quel tempo, orde di turchi (saraceni) imperversavano nei nostri mari, saccheggiavano e depredavano le località costiere. La valle del Mela fu uno degli obiettivi dei predoni mori, finché i contadini della valle, stanchi di vedere i loro raccolti distrutti, i loro granai svuotati, le loro donne violentate, si coalizzarono e capeggiati dal Barone Antonio Balsamo di Cattafi, armati di vanghe, randelli e del coraggio della disperazione, fecero un unico fronte e dopo una cruente battaglia, che lasciò sul terreno numerose vittime da ambo le parti, riuscirono a ricacciare via mare gli invasori Turchi. Si racconta che i signorotti dell'epoca abbiano conservato, come cimeli di guerra, le divise degli invasori uccisi o fatti prigionieri e che venivano periodicamente indossate per rievocare l'avvenimento. Tali costumi vennero tramandati, con orgoglio, di generazione in generazione fino ache, nei primi del '900, pur mantenendo l'identità storica e rievocativa, il costume dello "Scacciuni" diventa l'attrazione principale del carnevale cattafese. A rafforzare tale tesi, sull'origine della maschera e sulla veridicità dei racconti popolari, il fatto che costumi identici vengono a tutt'oggi indossati nelle cerimonie commemorative in alcune regioni dell'Afganistan e della Turchia. 
....si cuntà chi li turchi n'à matina... briscènnu all'Archi sbarcàru a Marina... e ora bruciànnu e ora mmazzànnu pigghiàru la via... chi porta rìttu pi Santa Lucia... ma facènnu la strata Cucugghiàta... propriu arrivàti a fini d'à nchianàta... truvàru i Cattafòti assèmi a lu Barùni... armàti di triddènti e di zzappùni....... fu guèrra tra piràti e cuntadìni... pòvira ggènti contr'à l'assassìni... ma cchiù di l'armi vasi a dispirazziùni... morti li turchi e vivi li scacciuni.... ogn'annu ora quannu veni frivàru... e si fa tempu di cannaluvàru... cu li nastri a culùri, gunnèlli e pantalùna.. p'à Màschira firrìunu stì Scacciùna.....
Anche a Bronte, in provincia di Catania, dove un tempo sfilavano "Laddatori", le maschere locali che rappresentano le classi più povere della città, ogni anno ritroviamo per le vie della città i carri ed i gruppi mascherati, come a Paternò, in provincia di Catania, dove però non si vedono più le donne, invitare gli uomini a ballare, vestite con mantelli neri e maschere. 

Anche durante il carnevale di Taormina, in provincia di Messina, si svolgono festeggiamenti in maschera per le splendide vie della città, sfilate di carri allegorici la domenica ed il martedì grasso e tutte le sere nella piazza del centro turistico in provincia di Messina feste con balli, gare canore e giochi. 

Dal 23 febbraio al 4 marzo si svolge il carnevale di Termini Imerese, provincia di Palermo, dove oltre a spettacoli di musica e intrattenimento, si può assistere al rogo dei due fantocci del "nannu" e della "nanna", che concludono simbolicamente la festa. Il "Carnevale di Termitano" ha origini ottocentesche ed è, insieme a quelli di Acireale e Sciacca, fra i più noti della Sicilia. La tradizionale consegna delle chiavi della città al "Nannu ca’ Nanna", da parte del sindaco di Termini coinvolge tutta la cittadinanza. Tre le "Sfilate dei carri", due nel circuito di Termini bassa, il sabato e la domenica, e quella conclusiva, il martedì grasso, a Termini alta. Le due maschere locali, "u Nannu cà Nanna", pare fossero state introdotte da alcune famiglie di provenienza napoletana che si erano stabilite nel territorio di Termini all'inizio dell'Ottocento. I quattro momenti centrali della festa sono: l'attesa dei due tradizionali protagonisti, la sfilata delle maschere e il Testamento "morale" lasciato da "u Nannu", che conclude simbolicamente la festa. Negli ultimi anni si è comunque affermata una satira diversa, più viva, più pungente, che affida agli enormi pupazzi in cartapesta il compito di legarsi più strettamente all'attualità. La più antica documentazione sul Carnevale termitano risale alla seconda metà del XIX sec; ciò è stato confermato dall’importante rinvenimento, di una ricevuta di pagamento datata (1876) e rilasciata dalla “Società del Carnovale” a Giuseppe Patiri (1846-1917) paletnologo, studioso di storia locale e di tradizioni popolari. I festeggiamenti carnevaleschi avevano un duplice proposito, oltre al divertimento anche l’elargizione di sostanziosi aiuti pecuniari. Infatti, con i soldi raccolti durante i festeggiamenti del Carnevale del 1906 venne realizzato il grande salone dormitorio dell’Ospizio di Mendicità “Umberto I”.

A Mezzojuso, in provincia di Palermo, durante il carnevale possiamo assistere ad una manifestazione, le cui origini risalgono al XVII secolo, che si svolge nella pubblica piazza, "Il Mastro di Campo", interpretata da circa 90 personaggi che indossano costumi che si rifanno al sec. XV e che racconta la storia d'amore fra il Mastro di Campo e la Regina. 

Tra i più noti di tutta la Sicilia, il carnevale di Sciacca in provincia di Agrigento. Di origini antiche, risalenti al 1800, oggi per la realizzazione dei carri e delle maschere allegoriche, la cui sfilata inizia il sabato e finisce il martedì grasso, sono coinvolti artigiani, scultori ed architetti. Durante la festa si possono inoltre gustare le pietanze tipiche preparate durante questa manifestazione, vino, salsiccia, maccheroni al sugo e cannoli di ricotta. 

Durante il carnevale di Belpasso, in provincia di Catania, la consueta sfilata dei carri è preceduta dal recital dei poeti dialettali locali e a Chiaramonte Gulfi, in provincia di Ragusa, il lunedì sera si effettua la sagra della salsiccia. 

A Saponara in provincia di Messina, nel corso della sfilata di gruppi mascherati, possiamo ammirare la tipica figura dell'Orso, realizzata utilizzando pelli di capra. 

A Corleone, in provincia di Palermo, dal 27 febbraio al 4 marzo, oltre al consueto corteo dei carri allegorici, il martedì grasso si svolge il rogo del fantoccio "Nannu", agghindato con una collana di salsiccia e portato a spalle dal padrone del Carnevale Corleonese, la maschera "U Riavulicchiu" che balla, saltella, tintinna, fugge e ritorna, solo o a branchi. Si tratta di una allegra e spiritosa figura "demoniaca" ricoperta di campanelli e campanacci che impazzano per le piazze precedute dal suono del corno. In questo senso costituisce una delle poche espressioni rimaste di "diavoleria" nell'ambito della festa laica. Il diavolo è rosso, proprio come nelle favole, vestito di rosso e nero, con le corna, la coda, la frusta e centinaia di sonagli (“ciancianeddi”). La sua figura è collegata agli ancestrali timori da sempre nutriti dai contadini per le “cattive annate” (in cui il “diavolo” mette la coda!). La cerimonia carnevalesca utilizza il sorriso come fonte di esorcismo, nell’attesa di consegnare incubi e diavoli al fuoco purificatore. Sincretismi religiosi di età cristiana, infatti, hanno fatto sì che personaggi diabolici siano stati inseriti in drammatizzazioni di ispirazione devota riferibili al tema della vittoria del bene sul male. A Corleone la maschera "U Riavulicchiu" accompagna tutta l'articolazione della festa di carnevale, un tempo animata anche dall'improvviso irrompere di cavalieri mascherati. La maschera simboleggia la rinascita di questa festa, non celebrata per oltre trenta anni e rinata negli anni 90. Il martedì di carnevale si svolge l'inseguimento del porcu frisatu, un porcellino che viene lasciato libero per essere poi catturato nello spazio alberato dei giardini pubblici. E' questo il retaggio di una antica festa pagana. E infine, la lettura del testamento “ru Nannu ri Carnevali”, simpatico nonnetto, che al termine della lettura del suo testamento, viene bruciato per indicare la fine del Carnevale, mentre tutte le maschere gli ballano attorno. La festa, che si conclude con il ballo in maschera nella piazza prospiciente il Municipio, prevede la partecipazione della banda musicale e un trofeo dei quartieri che viene assegnato al gruppo che ha realizzato il migliore fra i carri allegorici che sfilano il sabato, la domenica e il martedì.

Dal 25 gennaio al 4 marzo, a Novara di Sicilia, in provincia di Messina, durante il periodo di Carnevale, vi è la Sagra e il Torneo del "Maiorchino" che è un formaggio pecorino stagionato tipico del luogo, comunemente detto "a maiurchèa". Il Torneo, che si svolge lungo il tradizionale percorso con partenza dalla via Duomo fino alla via Bellini e Piano Don Michele, consiste nel far rotolare una forma di formaggio maiorchino stagionato lungo un percorso che si snoda per oltre due chilometri lungo le viuzze del paese. Giocano 16 squadre regolarmente di tre concorrenti, si parte da "cantuea da chiazza" arrivando fino ad un traguardo: "a sarva". Si lancia con una "lazzada" di 1,00-1,20 metri circa, che consente al lancio maggiore forza, velocità e precisione. Si aggiudica la vittoria chi arriva primo con meno colpi a colpire "a sarva". A volte ci sono degli imprevisti come prendere "spighi, catafulchi o vaelle". Il gioco ha delle precise regole da rispettare, tra queste: ogni squadra deve indicare il proprio capitano che potrà conferire con i giudici di gara per far eventualmente valere le proprie ragioni; ogni squadra deve munirisi di una "lazzada" da attorcigliare al maiorchino per il lancio; inizia il gioco la squadra che risulta sorteggiata per prima (toccu); ogni contendente deve lanciare il maiorchino dal punto segnato, senza alcuna rincorsa, facendo leva sul piede d'appoggio ("pedi fermu"); nel caso in cui il maiorchino nel corso della gara dovesse rompersi verrà sostituito con un'altra forma di maiorchino di uguale peso e il lancio precedente verrà ritenuto valido; alla fine di ogni gara il maiorchino dovrà essere restituito al Circolo Olimpia, che è l'Associazione che organizza il Torneo e la Sagra del Maiorchino. Interesse vivamente sentito hanno gli spettatori, che parteggiano per l'uno o per l'altro contendente; si vive un’atmosfera di esultanza e di esaltazione, di emulazione e rivalità, di confronti e preferenze, di previsioni e pronostici, mentre, nel brusio della gente, partigiana di una o l’altra parte, si ascoltano voci che invitano a prestare attenzione all’imminente lancio della “maiorchìna” e si ridestano i ricordi di lanci “famosi” di giocatori che hanno fatto la storia del “gioco della maiorchìna”. Come se si sfogliasse un vocabolario antico, si pronunciano, durante il giuoco, parole di lingue diverse. Si ascoltano parole ed accenti arcaici; sono parole che non si ripetono nell’anno, ma soltanto in occasione della sagra invernale novarese. Il martedì grasso, durante la Sagra del Maiorchino si possono gustare ricotta, tuma e maccheroni di casa conditi con sugo di maiale e cosparsi di maiorchino grattugiato. La domenica di carnevale giochi e premi per tutti i bambini. 

Dal 23 febbraio al 4 marzo, si svolge, in provincia di Trapani, il Carnevale di Valderice, città della Sicilia Occidentale rinomata per i suoi giardini ed il mare cristallino delle sue coste. Uno degli appuntamenti fissi che caratterizzano il folklore locale è senza dubbio il Carnevale valdericino, che vede la partecipazione in massa della gente sia nella realizzazione dei carri allegorici, sia nella partecipazione attiva alla manifestazione, che si svolgerà tutta nella zona via Vespri (Mura Villa Betania). I carri, realizzati in polistirolo e cartapesta, sono opera di artisti locali, che mettono a disposizione della comunità valdericina la loro professionalità ed il loro tempo libero. La preparazione dei carri inizia due mesi prima che la sfilata abbia luogo, ed ogni anno si scelgono dei temi su cui gli artisti danno sfogo alla loro fantasia. Situato nell'ampia vallata del monte Erice, Valderice è un paese dipinto in un azzurro intenso tra il "Cielo e il Mare", che offre uno scenario panoramico incomparabile. Testimonianze dell’antica civiltà contadina sono le numerose strutture edilizie rurali conosciute con il nome di "Bagli". "Baglio" deriva dall'arabo ("Bahah") ossia cortile. Si tratta di un insediamento rurale, all'interno dei grandi feudi, che svolgeva una funzione di controllo dei lavori dei campi e di difesa del territorio con le sue fortificazioni. Era anche la dimora residenziale del feudatario. Nell'itinerario iconografico del Comune di Valderice importanza storica rivestono le Edicole votive, testimonianze di fede di un tempo.

Dal 15 febbraio al 4 marzo, si svolge, in provincia di Catania, il Carnevale di Acireale, teatro delle meraviglie: maschere, coriandoli, luci, fiori, musica che si snodano nel centro cittadino, in un circuito barocco di grande bellezza. Le stupende vie e piazze del centro storico di Acireale, infatti, sono la cornice ideale per uno spettacolo che raggiunge il clou con le sfilate dei carri, attraverso i quali gli artigiani acesi esprimono la loro arguzia e fantasia stimolando quella degli altri. Ammirare le sfilate è come sfogliare una rivista di argomenti vari, sempre trattati con molta allegoria e tanta satira, tanto da far si che anche i problemi più seri possano generare un sorriso, diventando nel contempo oggetto di riflessione. La ricostruzione storica del carnevale, in una città come Acireale, è alquanto complessa. Da alcuni documenti, si ha certezza che tale ricorrenza venisse già festeggiata alla fine del XVI secolo. E' del 1594 il documento più antico sul carnevale acese, (Mandati di pagamento, vol. II, 1586-1595, libro 6 foglio 72v). Un documento risalente al 1612 prova addirittura che durante il carnevale acese vi era l'abitudine di giocare tirando arance e limoni.  Infatti, in tale documento è bandita questa possibilità, ma la popolazione acese continuò in tale pratica ancora per molti anni, così come risulta da altri documenti. Questa abitudine è ancora presente ad Ivrea, dove durante il carnevale si svolge la conosciutissima "battaglia delle arance". Nel XVII secolo in Sicilia si ha la comparsa di una maschera con caratteristiche ben definite: l'Abbatazzu, chiamato anche Pueta Minutizzu. La persona mimava nobili o ecclesiastici, portando un grosso libro, da cui facendo finta di leggere, sentenziava battute satiriche e sfottenti. Nel 1693 a seguito del terremoto venne proibita ogni pratica carnascialesca e ciò segna la linea di frattura fra il carnevale acese del '600 e quello che sorgerà nel '700 (Cherubino Aliotta, Le tre corone, Catania 1693). Nel XVIII secolo la tradizione venne ripresa, si affiancano nuove maschere, come i Baruni, con l'intento di prendere in giro l'aristocrazia, difatti la maschera era costruita da un costume rassomigliante ad un abito nobiliare ma chiaramente irridente. Altra maschera erano i Manti, costume con molti fronzoli che aveva il solo scopo di far mantenere l'anonimato a chi l'indossava. Il XXI secolo è il secolo della cassariata, cioè la sfilata delle carrozze (landaus) dei nobili che lanciavano alla gente dei confetti multicolori. Successivamente tali landaus con i nobili proprietari vennero "scalzati" dalla cartapesta. Nel 1880 ad Acireale si costruiscono i primi carri di cartapesta. Da allora fino ai nostri giorni Acireale ha mantenuto questa tradizione avvalendosi di vari cantieri portati avanti da volenterosi artigiani che hanno realizzato carri sempre più curati. Nel 1929 il carattere di spontaneità e di iniziativa privata lascia il posto all'organizzazione istituzionalizzata: infatti l'onere di organizzare il carnevale è sostenuto dall'Azienda Autonoma della Stazione di Cura di Acireale. Nel 1930 per la prima volta si vedono delle vetture adornate da fiori. Questo è il primo passo verso la realizzazione dei "carri infiorati" che acquisiscono una fisionomia ben definita nel dopoguerra. Negli anni '50/'60 ai carri allegorici ed alle macchine infiorate, si affiancano dei mini-carri, detti "lilliput", a bordo dei quali trova posto un bambino. In questi anni fanno storia a sè alcuni personaggi che con il loro spirito e con stupefacenti mascherate hanno lasciato un segno indelebile nella storia del carnevale acese, cioè: Cola Taddazza e Quadaredda, dei quali il successore più degno, in epoca posteriore, fu Ciccitto. Dal 1970 al 1995 il Carnevale di Acireale, si perfeziona e si assesta, diventando sempre più imponente e soprattutto affinandosi nella costruzione di Carri allegorici (sempre più sofisticati e colorati) e Carri infiorati (sempre più mastodontici), che raggiungono un livello d'importanza pari ai primi. Nel 1996 Acireale, per la prima volta, ha la lotteria nazionale assieme a Viareggio e Putignano. Questa è l'occasione affinchè "Il più bel Carnevale di Sicilia" acquisti una dimensione nazionale.

Non manca naturalmente la tradizione gastronomica legata a questa ricorrenza. Tra i dolci le Chiacchiere una sfoglia sottile con tanto zucchero a velo, le Castagnole e le Zeppole frittelle rotonde ripiene di crema, le Teste di Turco che contengono anche uva passa e sono prodotte nelle zone di Modica, e la tradizionale Pignoccata, che si prepara con farina, zucchero, tuorli, ed un pizzico di sale. Tra i primi Maccheroni al ragù o maccarruna di sdirrimarti, tipici della contea di Modica, o i più comuni maccarruna ca sasizza conditi con ragù di cotenna di maiale o salsa di pomodoro, il Minestrone del giovedì grasso, una zuppa con patate, fave secche sgusciate, cipolla, prezzemolo, lardo di maiale a cubetti, pepe e sale e lo stufato con il sugo di carne di maiale e la salsiccia, che viene preparato il martedì grasso.


Antonella Di Pietro




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