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giovedì 19 maggio 2016

LA STORIA E LA LINGUA DEI SICULI


Nell'ambito della V Edizione del "Mese della Cultura. Primavera delle arti e delle scienze” che si svolge nella Città d'Arte di Adrano, ha avuto luogo ieri, nel Palazzo San Domenico, il convegno “I Siculi. Storia e lingua”, a cura dell’Archeoclub area Paesi dell’Etna che comprende Adrano, Paternò e Belpasso nella persona di Vincenzo Di Primo. Relatori i saggisti storici Claudio D’Angelo ed Enrico Caltagirone. All'evento hanno dato un contributo il poeta e narratore Antonio Cattino, appassionato della storia, della cultura e della lingua siciliana, e lo storico Alessandro Fumia che ha eseguito numerose ricerche e studi su molteplici temi tra cui la qualificazione, le immagini e la scrittura egizia.

Claudio D'Angelo e Enrico Caltagirone 
Una lectio magistralis quella del prof. Enrico Caltagirone, glottologo, che ha spiegato con dovizia di particolari le iscrizioni in lingua sicula su arredi funerari e dediche votive fin’ora ritrovate in Sicilia, il disvelamento delle scritte in etrusco (lingua cugina del siculo) sulle bende che fasciavano la mummia di Zagabria, l’affermazione dell’origine siculo-sanscrita della lingua siciliana che conferiscono all’idioma siciliano lo status di vera e propria lingua. Caltagirone è anche autore del libro "La lingua dei Siculi. Una nuova proposta d'interpretazione", edito da Marna. Il percorso pluri millennario del popolo siculo che dalla valle dell’Indo giunge in Italia e poi verso il 1200 a.c. si stabilisce in Sicilia è stato tratteggiato dal dottor Claudio D’Angelo, ricercatore e saggista storico, autore de "La Storia dei Siculi - fin dalle loro origini" (Edizioni Drepanum). Nella premessa del libro D’Angelo scrive: "La storia è memoria degli eventi, DNA del nostro passato, verità e bellezza; essa ci appartiene pienamente perché solo attraverso la conoscenza delle nostre radici possiamo trarre i giusti insegnamenti per affrontare con forza e fierezza il nostro futuro. Non ho la presunzione di conoscere la verità sugli eventi che hanno contraddistinto il cammino del popolo dei Siculi in migliaia di anni della loro storia, ma ho sicuramente la consapevolezza che spesso, la storia, è riferita in modo distorto; chi la racconta è in grado di alterare le vicende, di esaltare o cancellare le verità, diventando inevitabilmente spettatore di parte. Scrive Paul Valéry: “Il passato è solo il luogo delle forme senza forze; sta a noi dargli vita e necessità, e attribuirgli le nostre passioni e i nostri valori”. Apriamo gli occhi, ricerchiamo l’autenticità delle nostre origini, riscopriamo oggettività e bellezza dalla terra in cui viviamo e dalle cose che ci circondano, non conoscere la nostra provenienza equivale a non sapere dove siamo diretti. Sulla scorta di quanto è emerso nella ricerca che andrò a esporre, posso affermare che, contrariamente a quanto mi hanno sempre riferito, noi non discendiamo per nulla dagli antichi Romani, ma da un popolo che li ha preceduti molti secoli prima della loro comparsa, stirpe che ha civilizzato gran parte dell’Europa antica... i Siculi. E’ limitativo identificare i Siculi come semplice entità di popolo, essi erano una civiltà molto avanzata che si è propagata dalla Crimea alla penisola Anatolica, alla penisola Balcanica, alla nostra penisola, dando un apporto fondamentale alla cultura e alla conoscenza nei territori in cui si sono insediati, stirpe precursore e ascendente di molte altre etnie, Greche e Romane comprese".

Antonio Cattino e Alessandro Fumia
All'incontro è intervenuto lo storico e ricercatore Alessandro Fumia che ha accentrato la sua attenzione sulle reliquie delle iscrizioni lapidarie egizie presenti nel Museo Regionale di Messina, provenienti dal Duomo della stessa città che ne conserva copia in cemento, incastonate nell’arco absidale, che testimoniano il legame storico fra la realtà dei siculi  e l’antico Egitto. Ricordiamo che Fumia, oltre a ricercare e studiare sia testi antichi che riguardano la Sicilia e le sue vicende storiche, sia le pietre egizie ritrovate a Messina ma anche a Palermo, ha fatto un'opera meritoria, cioè quella di ricercare la parlata messinese di prima del terremoto del 1908, il cosiddetto Caccaroto, letteralmente tradotto calcaroto da caldara (Caccara) cioè la fornace dove si cuocevano i mattoni o dove si otteneva la calce. una lingua molto dura con attinenze greche e sicuramente sicule e mediterranee. la parlata per intenderci della grande poetessa delle Case Basse di Paradiso (Messina) Maria Costa che dal 2006 è inserita nel registro dei “Tesori Umani Viventi” del Patrimonio Unesco e nel Registro Eredità Immateriali della Regione Siciliana. Il poeta e narratore Antonio Cattino ha parlato della realtà di bilinguismo oggi esistente in Sicilia, e si è soffermato sull’esigenza di una legislazione regionale che abbia come fine una forma di ri-ufficializzazione della lingua siciliana, in pari dignità con la lingua italiana.

"Il convegno di oggi - spiega Cattino - pone finalmente un punto fermo nella ricerca della Storia arcaica - pre greca della Sicilia, della storia della lingua siciliana, quindi del suo radicamento prima nella parte orientale della Sicilia e poi in tutto il territorio siciliano, in cui dopo l'arrivo dei Siculi si attestarono i Sicani e quindi gli Elimi. Già Claudio D'Angelo nel suo libro "La Storia dei Siculi", ha tracciato un percorso aggiornato nelle informazioni di queste popolazioni prima che giungessero in Sicilia. Il prof. Enrico Caltagirone afferma, che il dialetto-Lingua siciliana, nelle sue diverse espressioni  locali, conserva  fin'ora oltre 200 termini di diretta derivazione sanscrita, fra cui lo stesso antico nome della Sicilia, "Trinacria", che erroneamente finora è stato fatto passare come un termine di derivaziome greca (L'Isola delle tre punte) invece dell'Isola Giardino dato dai Siculi. Lo stesso toponimo di Zankle sicula  dalla forma falcata del porto di Messina, che i greci conservarono ed assimilarono nel loro glossario per intendere "La Falce", sono elementi di un patrimonio linguistico ed identitario di prima grandezza che va salvaguardato e sviluppato con azioni concrete. Per la piena comprensione dei Siculi e della loro lingua sorge però un problema fin'ora insuperato, che limita ogni discussione ed è quello della scrittura. Infatti di questo popolo, che cominciò ad insediarsi in Sicilia, intorno al 1200 a.C. non abbiamo testimonianze scritte fino all'arrivo dei greci, quando intorno al VI^ secolo avanti Cristo  i Siculi per motivi  di rapporti coi nuovi venuti assunsero l'alfabeto greco, con cui ci hanno tramandato quelle poche iscrizioni, in massima parte dediche su oggetti votivi o  di corredo funerario, o brevi scritte di benvenuto sulle architravi di qualche porta cittadina. Queste scritte - prosegue - sono state al vaglio del prof. Enrico Caltagirone e di altri studiosi come Alfredo Rizza, fra cui il vaso di Grammichele con la massima incisa sul fondo esterno in caratteri greci ma in lingua sanscrito sicula. La stessa epopea del condottiero siculo Ducezio e le sue gesta  ci sono state tramandate in lingua greca dagli storici greci Tucidide e Diodoro Siculo che a sua volta fa riferimento ad altri storici greci come Timeo da Taormina ed Eforo e altri. Quello che ci manca è dunque una significativa testimonianza diretta, un loro raccontarsi, dal loro insediamento in Sicilia fino ed oltre l'affermarsi della dominazione greca. Ci dobbiamo rassegnare quindi a questa mancanza di testimonianze scritte sicule? Io credo di no, in quanto nell'epoca del loro primi insediamenti, le civiltà presenti nel Mediterraneo e nel Medio Oriente, avevano una loro forma di scrittura, l'avevano  per esempio i Cretesi ed i Cicladici, l'avevano gli Ittiti e poi i Fenici ma soprattutto l'avevano gli Egizi con i loro geroglifici.

Un indizio per i Siculi c'è ed è quello della tradizione del santuario dei fratelli Palici con i riti che si svolgevano per la divinazione della verità, - continua Antonio Cattino - sappiamo che i sacerdoti facevano incidere su delle sottili tavolette d'argilla il fatto contestato ad uno dei due contendenti e nel ribollio dell'acqua dei laghetti di Naftia, si rilevava che se la tavoletta fosse risalita a galla spinta dalle emissioni di anidrite carbonica, il convenuto al tempio avrebbe avuta accertata la verità di ciò che sosteneva. Si potrebbe ipotizzare che la scrittura fosse qualcosa che riguardasse  cerchie ristrette, come le corti dei Capi, o dei sacerdoti;  ma queste sono solo delle ipotesi molto vaghe che avrebbero bisogno delle conferme archeologiche. I greci prima ed i romani dopo sicuramente avranno fatto tabula rasa di ogni forma culturale o rituale scritta, nello sforzo di veicolare ed orientare verso le loro culture e la loro religione le credenze e riti dei siculi. Sta di fatto che, attualmente, non abbiamo nulla su cui fissare la nostra attenzione, nè gli scavi ed i sondaggi che a Messina hanno portato alla luce materiali e manufatti cicladici, vasi e amuleti risalenti al 2800 a.C., e ancora interi villaggi suburbani del periodo Sicano Siculo, come sulle colline che circondano Messina, Paradiso, Camaro o veri e propri quartieri urbani di quella che si pensa sia la Zancle Sicano-Sicula, la mitica città costruita da Orione, come recita il mito Greco. Ma nulla si è trovato scritto in Siculo seppur in una forma arcaica di scrittura, come potrebbe essere la scrittura lineare o pittografica. L'ultimo strato della città di Zancle sicula, sicuramente coevo all'insediamento dei Calcidesi, che emerse durante i lavori di ricostruzione della stazione ferroviaria negli anni dal 20 al 30 del secolo scorso, ci parla di una civiltà che per qualche motivo si era fermata, forse per le frequenti scorrerie dei pirati che infestavano le coste della Sicilia e dell'Italia, etruschi, fenici, cumani. 

I siculi - scrive Cattino nella sua relazione - abbandonano la zona portuale, l'antica città di Orione, lasciano poche famiglie al centro, costruiscono villaggi sulle alture, emergono ceramiche rozze grossolane, siamo nel 750 circa a.c., al limite di questo ultimo agglomerato urbano qualche anno fa è stato portato alla luce il sito della cerimonia di fondazione greca della città di Zancle col suo altare, un tempietto un tumulo rituale ed una fossa per le offerte, ciò significa anche che quei siculi accolsero i nuovi venuti in pace, forse rassegnati della prevalenza di una cultura e di una tecnologia in ascesa, mentre anche i Calcidesi s'insediarono in pace, anzi conurbandosi, coservando l'antico nome della città in Zancle. Ritornando al tema della lingua e della scrittura c'è da farsi un augurio, chissà se in un prossimo futuro avremo la fortuna di avere un testo scritto dai siculi in una loro forma di scrittura? Nell'attesa non possiamo assolutamente stare con le mani in mano, intanto gli scrittori ed i poeti possono dare un contributo nella divulgazione della cultura pre-greca, scavando nell'immenso deposito di storie, miti e leggende lasciateci dai siculi, primo fra tutte il racconto dell'epopea di Ducezio, le sue battaglie, il suo esilio, il ritorno. Oppure recuperare i miti delle fondazioni delle città sicule, per esempio Messina ha oltre il mito della fondazione di Zancle da parte di Orione, di chiara derivazione greca o almeno grecizzato da una sua origine mediterranea. Poi c'è il Mito più chiaramente Siculo della Ninfa Pelorias la terribile  e selvaggia  abitatrice dei pantani di Capo Peloro, che sposa Pheramon il guerriero, uno dei figli di Eolo, quindi nipote di Liparo per via della madre Ciane, fonda la città di Zancle e ne diviene re, la sua sposa Peloria si addolcisce tanto da questo matrimonio, da divenire oltre che fondatrice insieme al marito la protettrice della città di Zancle. Materiale storico mitologico per incrementare la produzione artistica sul periodo pre greco ne abbiamo tanto a disposizione, si tratta di liberare la creatività. Scrivere di più in lingua siciliana diventa una necessità per la salvaguardia della stessa lingua. Infatti l'Unesco ci avverte che la lingua siciliana, pur essendo considerata lingua madre, è entrata nella fase di vulnerabilità, essendo una lingua che è quasi esclusivamente parlata nei suoi dialetti. Infatti, per gran parte del XX^ secolo si deve alla Poesia se la lingua scritta non è morta. Però oggi il bilinguismo del popolo siciliano è un dato di fatto.

E' importante quindi - conclude Antonio Cattino - che vi sia un ruolo più attivo della cultura, dell'informazione e del sistema scolastico in Sicilia, fino alla stessa Università che  recuperi con lo studio, con la diffusione delle iniziative, il collegamento  con la lingua dei Siculi, creando i presupposti per una certa ri-ufficializzazione della lingua siciliana che fin'ora è stata conservata e protetta dalla rete dei dialetti locali, e nelle espressioni artistiche come la poesia ed il teatro, ma che può essere anche prosa. Non bisogna sottovalutare il ruolo della Regione Siciliana che su questo terreno può fare molto ma che dev'essere stimolata a compiere quegli atti che servano ad un sensibile passo in avanti nella direzione di un rilancio della lingua siciliana raggiungendo quel regime di pari dignità con la lingua italiana. Per raggiungere quest'obiettivo occorre dotarsi di strumenti più avanzati degli attuali strumenti legislativi della Regione  in fatto di studio e di divulgazione della lingua siciliana nelle scuole la legge regionale n.85 del 1981 e la legge regionale n.9 del 2011. La Regione Siciliana dunque deve dispiegare quanto di più potrà offrire lo Statuto Autonomistico in questa opera di salvaguardia della nostra lingua. In conclusione, oggi grazie all'opera di studio e ricerca di Enrico Caltagirone e di Claudio D'Angelo, e di quanti hanno collaborato alla riuscita di questo evento, abbiamo gettato un ponte temporale di 3200 anni circa fra i nostri tempi e le nostre origini, è questa un'occasione che non si può perdere per riaffermare la peculiarità della nostra lingua e della nostra cultura che va ripresa e valorizzata in pari dignità con quella ufficiale italiana, nel più grande ambito della Cultura Europea e Mediterranea. I Siculi sono stati quel popolo che per primi hanno considerato la Sicilia come la loro patria, essi ci hanno tramandato il loro lessico, tanti siciliani che nei decenni scorsi non ebbero la fortuna di incontrare la cultura, fra gli strati più umili della popolazione, contadini, pescatori operai giornalieri, fornaciai ecc in gran parte parlavano una lingua di diretta derivazione sicula. Termini come AMMUCCIARI - ALASTRA - CALANCUNI - TALIARI - TIMPA ed altri sono il testimone che ci hanno lasciato e che noi abbiamo il dovere di portare ancora avanti per contrastare l'appiattimento culturale al ribasso che stiamo attraversando".

Programma

Le manifestazioni del Mese della Cultura sono iniziate venerdi 6 maggio e si concluderanno mercoledì 8 giugno. Il Comune di Adrano anche quest'anno ha garantito questo importante appuntamento dedicato alla cultura giunto ormai alla quinta edizione, un calendario ricco di eventi organizzati in collaborazione con le associazioni culturali del territorio. Tanti i temi trattati, letteratura, storia, astronomia, teatro, disabilità e tanto altro. Il programma è stato presentato dal sindaco Pippo Ferrante e dal prof. Matteo Bua che ha curato l'organizzazione.

A.D.P.





3 commenti:

  1. Non ci dice un granche' sui Siculi, questo articolo.Forse per quella mancanza di fatti e reperti che ,purtroppo, sembra avvalorare le tesi di quei detrattori che sostengono la mancanza di una civilta'autoctona vera e propria antecedente l'avvento di greci.Una bella delusione !

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  2. La mia mission nel convegno era quella di fare un collegamento fra la lingua dei Siculi, che era una lingua sanscrita e l'obiettivo che abbiamo di riufficializzare la lingua siciliana, partendo dal presupposto che il Siciliano non è un dialetto dell'Italiano ma una lingua in gran parte informata sul Siculo, quindi una lingua madre; ancor oggi noi abbiamo oltre 200 vocaboli siciliani che non sono nè di derivazione greca, nè di derivazione latina, nè tantomeno di derivazione araba. Noi siamo in un periodo in cui la storia di quasi tutti i popoli verrà raccontata a posteriori dai greci e dai romani. Forse esclusi gli Egizi coi loro geroglifici. Tutti gli altri popoli ed io credo anche i siculi, avevano una scrittura ad uso delle classi alte e dei sacerdoti, così i cretesi e gli ittiti, solo che di questi altri popoli abbiamo riscontri archeologici, mentre per i siculi no. Io credo che questi documenti siano stati distrutti dai conquistatori,per cancellare ogni ricordo della religione sicula ( che era monoteista, Il dio Adranon rappresentava la vita, la morte, il fuoco e la natura). Fino a qui siamo d'accordo, ma la civiltà sicula era un fatto assodato, lo testimoniano i rituali sacri nel tempio dei Palici per esempio, la loro sconfitta fu nella tecnologia, il bronzo dei siculi contro il ferro dei greci. Ulisse che ruba (conquista le vacche sacre privando i siculi della loro ricchezza strategica)-

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  3. Finalmente l'incontro di Adrano ha restituito la storia al grande popolo dei Siculi. Forse perchè incentrata su fatti e reperti che smentiscono le tesi di quei detrattori che sostengono la mancanza di una civiltà vera e propria antecedente l'avvento dei Greci. Una bella delusione per coloro che tendono a nascondere le verità storiche.

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