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Con il patrocinio della Commissione Nazionale Italiana per l’Unesco, l’Istituto della Enciclopedia Italiana fondata da Giovanni Treccani in collaborazione con il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca, ha indetto il I° Concorso Nazionale "Il paesaggio: leggi, guarda, pensa, posta", rivolto agli studenti degli Istituti scolastici di ogni ordine e grado, che dovranno documentarsi sul tema oggetto del concorso e produrre un filmato in forma individuale o in gruppo.

La finalità del concorso è quella di offrire agli studenti un'occasione per conoscere, apprezzare, tutelare e salvaguardare il paesaggio italiano attraverso lo studio di parole e di testi, che assumano rilevanza per il loro valore formale, storico ed estetico. Gli studenti, pertanto, hanno realizzato una ricerca di approfondimento di un testo e del bene culturale ad esso collegato, evidenziando in questo modo come nella storia, scrittori, poeti e narratori abbiano trovato ispirazione nella realizzazione delle loro opere testuali proprio nel patrimonio culturale e paesaggistico italiano.

Lo svolgimento del lavoro da parte dei ragazzi favorirà la loro crescita culturale e la loro consapevolezza in termini sia di riscoperta del testo e della parola sia di cura e tutela dei beni che appartengono al nostro Paese, nella convinzione dell’attualità e della centralità dell’art. 9 della Costituzione italiana che impegna la Repubblica a tutelare «il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione», nonché nella consapevolezza dei principi europei per i quali il paesaggio riveste funzioni di grande rilevanza sul piano culturale, ecologico, ambientale e sociale. Il rispetto e la valorizzazione del patrimonio culturale del Paese significa davvero acquisire un forte senso di comunità e di cittadinanza attiva.

Di seguito il lavoro svolto dagli studenti dell'Istituto Bisazza.

«Il sole tramontò quattro volte sul suo viaggio e alla fine del quarto giorno, che era il quattro di ottobre del millenovecentoquarantatre, il marinaio, nocchiero semplice della fu regia Marina ‘Ndrja Cambrìa arrivò al paese delle Femmine, sui mari dello scill’e cariddi.»

Questo è il noto incipit di “Horcynus Orca” romanzo del 1975 di Stefano D’Arrigo, dove si narra il ritorno a casa di un marinaio chiamato Andrea Cambrìa; egli, per ricongiungersi alla sua terra, attraversa lo stretto di Messina. In latino Fretum Siculum, si tratta di una distesa acquatica che collega due dei più importanti ed antichi mari del Mediterraneo: lo Ionio e il Tirreno. Ne deriva un notevole movimento di correnti, dovuto alla scambio di acque superficiali (calde) e profonde (fredde): le particolari tonalità cerulee di queste acque e la presenza di gorghi insidiosi, hanno acceso l’immaginazione degli scrittori in ogni epoca, fin da Omero che trasforma i vortici nei terribili mostri mitologici Scilla e Cariddi.

Siamo un gruppo di ragazzi del liceo Felice Bisazza di Messina; lo Stretto ed il suo mare risplendente
(“gocce d’azzurro”, diceva Giovanni Pascoli) costituiscono lo sfondo dei nostri paesaggi, entrano nel nostro quotidiano. Abbiamo quindi preso come oggetto della nostra ricerca questo luogo dove dimensione storica e mitica s’intrecciano per costituire un sito geografico di grande valenza identitaria, simbolicamente posto fra Oriente e Occidente, antico e moderno insieme. Il nostro percorso parte infatti dalle trasfigurazioni letterarie dello Stretto, come zona del rischio e del coraggio, - Scilla e Cariddi - per evidenziare la più concreta dimensione economica di un mare dove sin dai tempi antichi si pratica la pesca del pesce spada, attività oggi meno valorizzata di quanto si potrebbe. 

Ma anche in questo caso ci riferiamo al mito con la figura di Colapesce, l’uomo/sireno che in molte versioni della leggenda aiuta i pescatori nel loro lavoro, trasmette missive o trasporta merci – e questa sezione della leggenda illumina un altro aspetto significativo dello Stretto come fulcro di scambi commerciali; infine rivela i misteri degli abissi. Il mare per l’uomo siciliano è quindi al tempo stesso una sfida e una risorsa, e presenta un duplice aspetto, positivo e negativo, andando a costituire una complessa costellazione dell’immaginario, non solo siciliano ma europeo. La nostra scelta nasce anche da un interesse specifico: il liceo a cui apparteniamo è intitolato ad un poeta messinese dell’Ottocento, Felice Bisazza, che nelle sue ballate ha esaltato lo Stretto, la sua calma bellezza o, al contrario, l’ angosciante tempestosità, fornendo inoltre una versione particolarmente toccante della leggenda di Colapesce. Siamo anche studenti di lingua spagnola, e abbiamo notato con piacere che Miguel de Cervantes cita lo Stretto di Messina nel capitolo III di una sua opera del 1614, intitolata “Viaggio al Parnaso”; si tratta di una sola, significativa, terzina, corrispondente ai vv. 229-231.

Lo stretto, oltre a congiungere due mari, che individuano l’est e l’ovest del Mediterraneo, separa due delle poléis più antiche della regione chiamata Magna Græcia: Messina, in primis, da cui lo Stretto trae il nome, fondata da Greci provenienti dalla penisola calcidica con il nome siculo di Zancle, cioè “falce”, a causa della fisionomia particolare del suo porto naturale; e Reggio Calabria, anticamente Rhegion, ovvero “Capo del Re”, edificata da popolazioni autoctone: gli Aschenazi, gli Ausoni, gli Itali. Il mare dello Stretto divide quindi la Sicilia dalla Calabria, e separa l’isola dal continente, determinando una storia ed una cultura siciliana ‘isolata’, con sue proprie caratteristiche. La morfologia dell'area dello stretto vede un progressivo restringimento a partire da Sud, fra Capo d'Armi in Calabria, e Capo Taormina in Sicilia, dove la distanza supera i 14Km, e verso Torre Cavallo in Calabria e Capo Peloro in Sicilia; qui raggiunge il suo tratto più angusto rasentando i 3,2km (l’area si trova sull’asse che congiunge Ganzirri, in Sicilia, e Punta Pezzo, in Calabria). Il profilo batimetrico lungo le due sponde dello Stretto presenta una pendenza più dolce dalla parte della costa siciliana, anche se poi vengono raggiunte alte profondità in modo repentino, e una pendenza più ripida lungo la costa calabrese, specie nella parte meridionale. 

A settentrione, i fondali scendono rapidamente intorno ai 200 m, formando la “Valle di Scilla”. La zona prende il nome dal mitologico mostro marino con dodici piedi e sei teste, nelle cui bocche spuntavano tre file di denti; esso cingeva intorno alla vita teste di cani che abbaiavano e ringhiavano ferocemente. Sempre secondo il mito, Scilla era l’acerrima ed immortale rivale di Cariddi, un mitico gorgo situato all’estremità settentrionale dello stretto di Messina. Il complesso mitico che ruota intorno a Scilla e Cariddi è ispirato principalmente dal XII canto dell’Odissea: in seguito queste figure saranno fonte di ispirazione anche per il poeta latino Virgilio, che nel I sec. a.C., enfatizza le caratteristiche fisiche di Scilla in alcuni celebri versi dell’Eneide (III, 681-689).

Se i miti omerici collegati a quest’area sono i più noti, a questi si coniugano anche leggende di stampo prettamente popolare, che con il tempo sono entrate nella tradizione mediterranea. Tra di esse spicca innanzitutto “Colapesce”: la leggenda racconta di un uomo, figlio di un pescatore, chiamato Cola (o Nicola) di Messina, soprannominato Colapesce per la sua grande confidenza con l’elemento acquatico. La sua fama giunge fino alla corte di Federico II di Svevia, che decide di mettere per tre volte alla prova il giovane “re dell’onda”, forse per invidia: il re getta in acque sempre più profonde prima una coppa, poi la sua corona e infine un anello, e costringe Colapesce a ripescare gli oggetti finchè questi non riesce più a riemergere. La ballata Colapesce di Felice Bisazza ricorda, come abbiamo già accennato, la vicenda tragica del giovane, trasformandolo in una vittima dei soprusi dei potenti.

Tornando all’attualità ed abbandonando il mito, possiamo osservare che dal lato del Tirreno i fondali dello Stretto raggiungono i 1000m verso Milazzo e oltre i 2000m dopo Stromboli. La costa intorno a Messina è relativamente poco profonda, mentre scendendo verso sud, nella zona di Taormina-Capo d'Armi si oltrepassano i 2000m. Si tratta di un mare profondo e, per molti secoli, particolarmente pescoso; un’altra peculiarità dello Stretto, infatti, meno mitica e più concreta, è sicuramente la caccia del pescespada. Gli attori di questa antica pratica ittica, che risale al II sec a.C. secondo lo storico Polibio, erano inizialmente tre, ma sono aumentati col passare del tempo fino ad arrivare a cinque: la vedetta, che avvistava la preda; il “garriere”, che consegnava il messaggio della vedetta e manovrava l’imbarcazione, il “lanciatore” e i rematori. La stagione storicamente iniziava a fine aprile e terminava a fine settembre, ma negli ultimi decenni i tempi si sono ristretti anche a causa della sempre maggiore mancanza di pesce, per fattori climatici, ambientali, ma soprattutto per l’indiscriminata pesca industriale che ha notevolmente diminuito la quantità di pesce spada nel Mediterraneo. 

Il problema più grande consiste essenzialmente nel fatto che i messinesi, in particolare le nuove generazioni, non riconoscono più come un patrimonio culturale di inestimabile valore ed importanza questo costume così antico e importante per i nostri avi. Basterebbe infatti soltanto saper valorizzare nuovamente la pesca del pesce spada con norme adeguate di tutela dei mari e misure di ripopolamento delle specie viventi in questo tratto di costa, in modo da poter attirare nuovamente un turismo gastronomico (e non solo) che negli anni è sempre più venuto meno; in tal modo sarebbe possibile recuperare e trasmettere alla popolazione indigena, ma anche consegnare alla cultura europea, la tradizione marinara di queste zone.

Vorremo ora illustrare le caratteristiche del video: abbiamo utilizzato immagini, montate anche secondo la tecnica “time-lapse”, e una breve sezione tratta da un documentario d’epoca, lo splendido servizio di Vittorio De Seta sulla pesca del pesce spada, girato negli anni ’50. Per quanto riguarda i testi, la nostra scelta è stata di fornire uno specimen di narrative mitologiche e riflessioni letterarie, che prendessero avvio dal discorso omerico per arrivare alla contemporaneità, con le parole di Vincenzo Consolo, Stefano d’Arrigo e Giovanni Pascoli. 

Ecco i riferimenti bibliografici ai testi, nella successione con cui sono presentati all’interno del video, su musiche del compositore messinese Roberto Scarcella Perino (Capriccio, New York, 5/ 02/2014). Giovanni Pascoli, Un poeta di lingua morta, in Pensieri e discorsi, N. Zanichelli, 1907, p. 195. Odissea, canto XII, trad. di Rosa Calzecchi Onesti, vv. 222- 258. Vincenzo Consolo, Vedute dello Stretto di Messina, Palermo, Sellerio, 1993. Cervantes, El Viaje del Parnaso, cap. III, vv. 229-231, 1614 (ed. Vicente Gaos, Madrid, Castalia, 2001). Felice Bisazza, Colapesce, in Leggende e Ispirazioni, Messina, Fiumara, 1841, vv. 74-83. Stefano d’Arrigo, Horcynus Orca, Milano, Arnoldo Mondadori, 1975, p. 8. 

Per votare e condividere il video realizzato dagli studenti messinesi dell'Istituto di Istruzione Superiore Felice Bisazza, sullo Stretto di Messina, andare al link del Video Concorso Nazionale Treccani il Paesaggio Alla scoperta del patrimonio culturale nascosto. 

A.D.P.

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