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I VIAGGI DEL POETA BARTOLO CATTAFI DALLO STRETTO DI MESSINA A "LE ISOLE LONTANE"

Il volume "Le isole lontane. Scritti di Bartolo Cattafi" (GBM), a cura di Nino Sottile Zumbo, con introduzione  di Paolo Maccari, verrà presentato mercoledì 11 marzo, alle ore 18, al Feltrinelli Point Messina. 


Messina 1972 - Cattafi fotografato da Walter Mori per Epoca

“Le isole lontane” (2008) riunisce, per la prima volta, testi rari del poeta, scrittore e giornalista Bartolo Cattafi, in un reportage in cui è possibile cogliere in filigrana ambienti, suggestioni e immagini che nutrono la sua poesia. "Ed ecco che la raccolta di pezzi - scrive Maccari nell'introduzione - vari d'argomento, misura, impegno... viene a illustrare un'attività non ampia, e nemmeno punteggiata da itinerari troppo avventurosi, che colpisce tuttavia per la qualità dei testi e la profondità di alcune annotazioni". Pregevoli la foto in copertina di Ferdinando Scianna (Le navi dello Stretto) e quelle che corredano le pagine, scattate quasi tutte dallo stesso Cattafi.


Un viaggio, quello del poeta-viaggiatore Bartolo Cattafi, definito l'Hemingway insulare, che conduce dallo Stretto di Messina alle Eolie, dalle Egadi e Pelagie ad Ustica e Pantelleria, dai borghi montani del messinese fino all’Inghilterra. 

Cattafi spiega così lo Stretto di Messina: "Se consideriamo il semicerchio terminale della penisola calabra che va da Bagnara, sul Tirreno, a Melito di Porto Salvo, sull’Ionio, e il triangolo siciliano che ha per vertice capo Peloro e per angoli della base la tirrenica Tindari e la ionica Taormina, vediamo come tutte queste terre, rocce, sabbie, una geologia quanto mai colorita, rientrino nell’area magnetica dello Stretto di Messina, anche quando non direttamente bagnate dalle acque che dividono semicerchio calabro e triangolo siciliano. Poi, allontanandoci dalla zona suddetta, quell’aria vibrante si dirada, le cose cambiano, lo Stretto è come un punto teorico lasciato alle spalle, una sbiadita striscia celeste sulla carta geografica". E ancora: "La sua lunghezza, disse Plinio, è di 15.000 passi; la sua larghezza è di 607 stadi, disse Strabone; di 12 stadi, precisò Polibio; per Plinio sono 1.500 i passi; per Tucidide 20 stadi. 3.416 metri, dicono i moderni. Questa distanza sarà vera sul piano fisico, non su quello metafisico o morale. Talvolta lo Stretto di Messina può diventare oceano incalcolabile, Sicilia e Calabria come due persone che si sfiorino, restando dentro di sé remote; due cose contigue ma lontanissime, nella dimensione dell’essere""La breve Fata Morgana assai di rado, nelle giornate di caldo e di grande calma, meravigliosamente ravvicina agli occhi dei reggini, come attraverso una lente, la costa siciliana. Ravvicinamento precario, sospeso a una favola dell’atmosfera, a un’opera di magia".

Cattafi sullo Stretto di Messina fotografato
da Walter Mori per «Epoca», 1972

E la Sicilia e i suoi abitanti vengono descritti da Cattafi così: "La Sicilia è sempre un po’ stata un triangolo singolare, un problema strano e affascinante, ma spinoso come un ficodindia. I siciliani sono soprattutto e contemporaneamente greci, latini e arabi; queste tre razze-base fittamente e dinamicamente aggrovigliate. Il genio politico normanno tentò il difficile amalgama; l’armonizzazione avvenne in vario grado (la Sicilia calda, densa, violenta, moresca di Palermo non è quella gentile, per certo verso greca, di Siracusa e Messina: sensuale e sognante trait d’union tra l’una e l’altra, il barocco degli animi e dell’architettura). Ciò che ne risultò vasto, fu il catalogo delle qualità e disponibilità siciliane, a cui fece da contrappeso un moltiplicarsi sotterraneo di complessi, conflitti, scompensi; lotte spietate che ancora oggi le discordi schiere di ancestri combattono nel sangue dei loro discendenti". E ancora: "L' orologio, il calendario, il metro mentale validi in gran parte del mondo, in queste isole lontane non hanno significato. Sono assurdi, inutili strumenti. Gli isolani regolano la loro vita sulla base della rosa dei venti, sul giro delle stagioni, sulle lunazioni, sulle migrazione dei pesci e degli uccelli... Sono ancora oggi molto simili ai progenitori siculi, greci, romani, fenici, arabi; fatalmente condotti dalla loro storia a lasciare arrugginire bellicosità e intraprendenza, ad accogliere una semplice avventura quotidiana"

Ne "Le isole lontane" leggiamo: "Nei sette mari molte sono le isole lontane: lontane dalla costa dei continenti, dalle coste di isole grandi come continenti, dalle strisce di terra che civiltà, progresso, mezzi di comunicazione percorrono vivificandole. Ma vi è anche un altro tipo di isole lontane, la cui lontananza non è misurabile con l’apertura del compasso, coi segnetti allineati sul legno del doppio decimetro (anzi, compasso e doppio decimetro dicono: esse sono a tot miglia da qui o da lì; alcune vicine, ad un tiro di sasso dalle coste importanti). Una lontananza di natura non tanto geografica, quanto astratta, psicologica. Un isolamento non dovuto soltanto al mare, ma alla solitudine, all’abbandono, all’oblio in cui codeste isole vengono lasciate e in cui talvolta gli isolani stessi si stendono e si dondolano, come un’amaca, sognando ad occhi aperti benefici cambiamenti futuri"

Gli scritti di Cattafi, precedentemente apparsi su quotidiani e riviste, offrono la possibilità di confrontare il suo linguaggio giornalistico con quello poetico, data la contiguità tematico-concettuale e la matrice di ispirazione comune a entrambi, e saranno al centro dell’incontro di mercoledì 11 marzo curato e condotto da Mariella Sclafani e Nino Sottile Zumbo, al Feltrinelli Point Messina, mentre le letture (tratte, oltre che da “Le isole lontane”, anche dalla raccolta di poesie “Lo Stretto” del libro “L’aria secca del fuoco”, Mondadori) saranno a cura di Giovanni Corica e Claudia Soraci. Gli intermezzi musicali saranno “firmati” da Franco Cutropia alla chitarra classica.

La poesia di Bartolo Cattafi è una poesia dai toni epigrammatici che fa spesso ricorso alla metafora del vuoto e della solitudine per delineare l'amaro bilancio di una generazione che ha vissuto la giovinezza durante il ventennio fascista, per poi assistere agli orrori della seconda guerra mondiale, una generazione che, a dirla con Giuseppe Amoroso, si pone "alla stregua di chi viene dopo il diluvio". Per la sua tensione all’assoluto è ritenuto uno dei poeti più singolari e appartati del Novecento. 

La sua prima raccolta di versi, "Nel centro della mano", venne pubblicata nel 1951. I viaggi che compì in Europa ed in Africa diventarono i motivi ispiratori di alcune sue raccolte di poesie come "Partenza da Greenwich" del 1955. Seguirono altre raccolte come "Le mosche del meriggio" nel 1958, "Qualcosa di preciso" nel 1961 e "L'osso, l'anima" nel 1964. Nel 1971, Cattafi si impegna nell’esercizio quotidiano della scrittura diaristica e si dedica, inoltre, a un’interessante attività grafica (chine, acquarelli, oli). In questo periodo di produzione intensa, Cattafi distruggerà anche moltissimi dei suoi testi bruciandoli. Tale pratica è all’origine dell’affermarsi di un’immagine vagamente “romantica” e fuorviante del poeta, specie negli anni successivi alla sua morte. 

Altre sue raccolte poetiche sono: "L'aria secca del fuoco" nel 1972, "Il buio" nel 1973, "Ostuni" nel 1975, "La discesa al trono" nel 1975, "Marzo e le sue idi" nel 1977, "L'allodola ottobrina" nel 1979, "Chiromanzia d'inverno" pubblicata postuma nel 1983 e "Segni" nel 1986. Un'antologia mondadoriana delle sue poesie, curata da Vincenzo Leotta e Giovanni Raboni è uscita nel 1990 nella collana Lo Specchio, poi Oscar 2001. 

Bartolo Cattafi nacque in provincia di Messina, a Barcellona Pozzo di Gotto, il 6 luglio 1922. Dopo gli Studi Classici, conseguì la Laurea in Giurisprudenza. Trasferitosi a Milano svolse una saltuaria e avventurosa attività in campo giornalistico e pubblicitario. Dal 1967 visse prevalentemente in Sicilia. Morì precocemente a Milano, il 13 marzo 1979, dopo una grave malattia che lo colpì ai polmoni, a soli 57 anni senza avere avuto, ancora oggi, il giusto riconoscimento della critica. L'ultimo riconoscimento postumo per la sua attività poetica è il Premio Sicilia (1983). 

"Quando si tireranno le somme del libro della poesia del Novecento, a Cattafi spetterà un posto privilegiato e, ciò che più conta, ottenuto esclusivamente con le sue forze. Si vedrà che a volte vale assai di più una parola tesa all'assoluto che una fondata sul calcolo e su un'avvilente speculazione delle opportunità. Un caso unico, lo ripetiamo, e sarebbe giusto che tutti ormai lo riconoscessero". (Carlo Bo, In corsa con se stesso, in Atti cit., p. 31).

La figlia Elisabetta Cattafi ne cura oggi il sito web dove vi è anche una sezione di lettura per conoscere le sue opere.


Antonella Di Pietro


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