"La memoria rituale: follia e immagine del Bianco in una tradizione sciamanica amerindiana", il nuovo saggio che l’antropologo Car...
"La memoria rituale: follia e immagine del Bianco in una tradizione sciamanica amerindiana", il nuovo saggio che l’antropologo Carlo Severi pubblica nella Collana Testi e atti delle Edizioni Museo Pasqualino.
Follia e immagine dell’uomo bianco, la trasmissione orale della memoria nel saggio che analizza la civiltà amerindiana attraverso un canto rituale tramandato dal '500 a oggi: il Bianco è trasformato in demone veggente, simbolo temuto della follia. L’autore prende in esame i Cuna del Panama, antica popolazione tra le più affascinanti della cultura tramandata dai nativi americani.
Cosa trattiene e cosa cancella la memoria di una società? Come si preserva nel tempo quel sapere condiviso che chiamiamo tradizione? Questo problema, che Aby Warburg ha posto nell'ambito della tradizione occidentale - ma che lui stesso ha sempre pensato come parte di un'antropologia generale della cultura -, è al centro di questo libro. Vi si presenta in modo inedito, per due ragioni. In primo luogo, questa domanda è posta nell'ambito di una società detta senza scrittura: il che impone di individuare i modi e le tecniche con cui la memoria del gruppo si preserva nel tempo. In secondo luogo, si è a lungo creduto che tali società, tutte intessute di riferimenti al mito, siano anche prive di coscienza storica. Il libro tende a dissipare questa illusione, tramite lo studio di un'immagine che i Cuna del Panama - in una tradizione di canti rituali tra le più affascinanti dell'Ameriga indiana - tramandano dai primi del Cinquecento a oggi: quella del Bianco, che appare trasformato in demone veggente, simbolo temuto della follia. Tramite lo studio di questa immagine complessa, insieme traccia di conflitti realmente avvenuti e protagonista del Canto sciamanico della follia, emerge, oltre al mito, una figura nuova del sapere antropologico: la memoria rituale.
| gruppo di trenta figure Nuchu in legno intagliato, Gunanega, isole di San Blas, Panama |
Prefazione alla nuova edizione
Carlo Severi
Ineluctable modality of the visible: at least that if no more: thought through my eyes. Joyce, Ulysses [1922] 1972: 42
Una linea netta, accuratamente tracciata, che si dispieghi negli anni secondo un ritmo regolare. Così ogni ricercatore vorrebbe presentare l’evoluzione del proprio lavoro: paragonandola all’orizzonte di un paesaggio ben curato, o al corso placido di un fiume visto dall’alto. Naturalmente, non è così. La ricerca è fatta di lavoro ostinato, ma anche di cose dimenticate, e ritrovate dopo anni. Di frasi ripetute, un appunto dopo l’altro, senza che se ne capisca a fondo la ragione. O di intuizioni che possono sembrare intense, ma che in seguito si rivelano difficili da comunicare. Come Heinrich von Kleist ha scritto, un’idea, che al tavolo di lavoro sfugge, può farsi improvvisamente intuire durante una conversazione. O quando rispondi a una domanda inaspettata. O quando rileggi un appunto che, passata qualche settimana da quando l’hai annotato in fretta, disperi di capire. La confessione del grande matematico Cantor, secondo il quale i ricercatori premeditano quel che vogliono scoprire, molto prima di sapere come fare a dimostrarlo, è senz’altro più sincera, più vicina alla realtà delle cose.
Più che a un orizzonte unico e ben tracciato, la ricerca di cui si dà conto in questo libro mi è apparsa per anni simile agli incerti grovigli di un disegno di Giacometti, dove ogni tanto si addensa, tra mille percorsi dello sguardo, l’intuizione di una figura intravista. Frutto della lunga elaborazione di una serie di ricerche sul campo condotte tra il 1977 e il 1982, la Memoria Rituale é uscita nell’Ottobre del 1993, presso La Nuova Italia, in una collana pensata e diretta da Paolo Rossi. Per questa nuova edizione, a parte qualche snellimento o correzione minore, non ho cambiato il testo di allora. Ho aggiunto in appendice un saggio che non solo fa rivivere alcune delle persone che ho incontrato in quegli anni nel villaggio di Mulatupu (Gunanega, Panama), ma riprende anche alcuni problemi, legati all’osservazione, che nel libro sono posti.
Quanto alla fortuna del libro, ricordo soltanto l’edizione in lingua spagnola di Abya Yala (Quito 1996), una casa editrice indigenista molto vicina ai Guna, che ne ha reso possibile la diffusione nella loro terra.
Non voglio guardare a questo libro con gli occhi di oggi. Alcuni aspetti, e in particolare il capitolo sulla pittografia, segnano soltanto una prima tappa, che si é poi evoluta nel tempo, in altre, più recenti ricerche. Ci sono però nel libro alcune premesse di fondo e alcune questioni aperte che restano, mi sembra, ancora vive oggi, e forse vale la pena di menzionarle brevemente.
La prima questione sta nel rifiuto di situare lo sciamanismo amerindiano in una intricata e lontanissima foresta, o in un passato finto, del tutto improbabile, in cui ambientare una monografia antropologica tradizionale. Lo sciamanismo di cui si parla in questo libro, è uno sciamanismo di frontiera. Uno sciamanismo che trova nella modernità una ragione di esistenza, e genera nella figura del folle invaso da spiriti bianchi l’immagine necessaria per rappresentare una situazione sospesa tra conflitto aperto e tregua. Enrique Gomez, il terapeuta cui devo la conoscenza del Nia Igala e un’amicizia silenziosa e costante negli anni, suo figlio Placido e gli altri interlocutori e amici Guna, vivevano allora e vivono oggi in questo e non in un altro mondo. Con le sue lacerazioni e i suoi conflitti aperti. Non sono testimoni esotici di una cultura perduta. No: se parlano di giaguari del cielo e di alberi-antenati, è perché vivono in un presente complesso, carico di memoria e di affetti, ed elaborano nell’immagine del Bianco animale predatore le sofferenze, le esclusioni, le indecidibili angosce del presente.
Una seconda ragione del libro sta nella rivelazione di una alterità ben più complessa di quella che il giovane autore di allora (che si dichiara antropologo di fresca nomina), prevedibile lettore di Foucault e di Freud, si aspettava. Qui la figura del folle indigeno non è riducibile all’immagine invertita, e tutta negativa, del Bianco. Nel mondo dei Bianchi, i Guna sono già penetrati da tempo, e hanno saputo costruire intorno a quella immagine un’opposizione flessibile, attiva, pronta alla resistenza quanto sensibile al contagio.
Terza questione che nel libro affiora, (ne è testimone una lunga citazione dell’ultimo De Martino, quello delle apocalissi culturali e dello scandalo dell’incontro, che segna il riconoscimento di un debito e di un congedo) sono le modalità dell’interazione e dell’incontro sul terreno. Quel giocare continuo tra identità stereotipe ed esperienza viva, che include anche dolore e solitudine, così tipica del lavoro sul terreno, che in quegli anni solo Georges Devereux aveva avuto il coraggio di esplorare. Questo intellettuale di cultura viennese, così diverso dagli altri, che viveva allora isolato e polemico in una Parigi occupata da tutt’altro, mi aveva molto segnato. Forse, a leggere il libro oggi, è sua l’impronta che resta più sensibile nella Memoria Rituale.
Sulla sua opera è calato in anni recenti un ingiusto silenzio. Dedico questa nuova edizione al suo ricordo.
Palermo giugno 2025
Carlo Severi
È Directeur d'Etudes all'Ecole des Hautes Etudes en Sciences Sociales di Parigi. Membro del Laboratoire d'Anthropologie Sociale del Collège de France dal 1985, è stato Getty Scholar al Getty Institute for the History of Art and the Humanities di Los Angeles (1994-95 e 2017), Fellow del Wissenschaftskolleg di Berlino (2002-2003), e Visiting Fellow al King's College, dell'Università di Cambridge (2012-13). Nel 2018 e 2019 ha lavorato come Richard Lehmann Visiting Professor al Center for Renaissance Studies, dell'Università di Harvard a Firenze (Villa | Tatti). Tra i suoi libri, Naven or the Other Self, New York, 1998 (con M. Houseman), The Chimera Principle - An Anthropology of Memory and Imagination, Chicago University Press, 2015, e Capturing Imagination - A proposal for an anthropology of thought, Chicago University Press 2018.
Per ricevere il libro scrivere a: edizionimuseopasqualino@gmail.com

Nessun commento