“Ofelè fa el to mesté!” dicono a Milano, “Pasticciere, fa il tuo mestiere!” antico detto usato per rimettere al loro posto quanti si credono...
“Ofelè fa el to mesté!” dicono a Milano, “Pasticciere, fa il tuo mestiere!” antico detto usato per rimettere al loro posto quanti si credono esperti di lavori e materie di cui non hanno alcuna competenza.
E siccome, particolarmente a Messina, tutti siamo competenti in qualsiasi materia dell’umano scibile, invece di dire “mi piace” o “non mi piace” che è consentito dire a chiunque e non richiede alcuna dimostrazione, si dice “è bello” o “è brutto” che non è consentito dire a chiunque, ma solo a chi ha competenze in materia e dopo una lunga dimostrazione convincente.
Bene, anzi male, adesso si vuole demolire il bar-ristorante “Irrera a Mare” nell’ex Fiera perché giudicato “brutto” e siccome io faccio l’architetto, da una vita mi occupo di architettura antica e contemporanea e qualcosina modestamente la conosco, urlo senza mezzi termini: L’EDIFICIO NON SI TOCCA! Per tre buoni motivi.
IL PRIMO, perché è vincolato ope legis dagli articoli 10 e 12 del D. Lgs. 42/2004 che recitano: art.10 – “Sono beni culturali le cose immobili e mobili appartenenti allo Stato, alle regioni, agli altri enti pubblici territoriali, nonché ad ogni altro ente ed istituto pubblico e a persone giuridiche private senza fine di lucro, ivi compresi gli enti ecclesiastici civilmente riconosciuti, che presentano interesse artistico, storico, archeologico o etnoantropologico.”. art. 12 - “Le cose indicate all’articolo 10, comma 1, che siano opera di autore non più vivente e la cui esecuzione risalga ad oltre settanta anni, sono sottoposte alle disposizioni della presente Parte fino a quando non sia stata effettuata la verifica di cui al comma 2.”.
IL SECONDO, perché è vincolato nel Piano Regolatore vigente come A1, vincolo messo da me perché di interesse storico, monumentale e ambientale in cui sono consentiti interventi di restauro conservativo, manutenzione straordinaria, consolidamento, ristrutturazione interna e variazioni di destinazioni d’uso, nel rispetto assoluto delle caratteristiche tipologiche relative all'epoca, allo stile e alla tecnologia con ESCLUSIONE DELLA DEMOLIZIONE, previo parere preventivo da parte della Soprintendenza ai B.C.A.
IL TERZO, perché si tratta di una pregevole architettura di Vincenzo Pantano, architetto messinese che si laureò a Roma dove svolse attività di apprendistato presso il rinomato studio Pascoletti. Scrive Francesco Cardullo nel suo volume “La Fiera di Messina: un esempio di architettura razionalista” da cui sono tratte alcune foto, “Prima di tornare a Messina nel dopoguerra, Pantano ha lavorato con vari progetti sia in Eritrea, che in Etiopia, che in Albania: respirando anche lui dunque, come Rovigo, il clima fecondo della via italiana allo stile moderno “internazionale””. Dal 1947 al 1957 Pantano lavora alla Fiera producendo opere architettoniche di grande pregio: il padiglione circolare dei tessuti De Dominici, circondato da un portico costituito da pilastrini (non più esistente); il padiglione circolare a fasce parallele della Birra Messina (non più esistente); l’ingresso con le tre vele di sacco infilzate su pilastrini in acciaio (non più esistente); il nuovo e attuale ingresso (1950) restaurato, una sorta di gigantesco brise soleil con piani orizzontali, 11 all’origine quanti gli anni di vita della Fiera moderna e poi, nel 1952, ridotti a 6 in maniera da ottenere una distanza tale da consentire la loro percorribilità con ringhiere e scale di collegamento che i messinesi affollavano salendo e scendendo per godere di un panorama mozzafiato sullo Stretto; il padiglione delle mostre ed esposizioni, ex “Paoletti”, anch’esso vincolato e ottimo esempio di architettura razionalista con la sua grande vetrata-vetrina sullo Stretto. E, infine, il bar-ristorante “Irrera a Mare”, nel 1953, talmente bello da essere pubblicato in monografie di architettura e in prestigiose riviste quali la milanese “Encyclopedie de l’architecture nouvelle” a cura di Alberto Sartoris. Un’architettura, il bar-ristorante “Irrera a Mare”, definita da Francesco Cardullo “…forse l’esempio più interessante di tutte le architetture della Fiera”. Un’architettura di grande equilibrio formale e compositivo che reinterpreta il metafisico e surreale nitore dei padiglioni di Adalberto Libera e Mario De Renzi degli anni ’30 con complesse soluzioni che trovano rispondenze e fonte di ispirazione, tanto per citarne alcune, nella villa De Mandrot di Le Corbusier (1931), per ciò che concerne l’insieme pareti bianche intonacate-vetrate-pietra irregolare a faccia vista e nel plasticismo della casa Schroder ad Utrecht (1924) dell’olandese Gerrit Rietveld, uno tra i principali esponenti del neoplasticismo nel campo dell'architettura e del design, con citazioni negli eleganti telai degli infissi molto sottili.
E mi fermo qui, ma potrei scrivere un trattato. Davanti alla ruspa, se mai dovesse esserci (ma non ci sarà, né ora e né mai), mi metterò io e dovrà passare sul mio corpo.
Arch. Nino Principato

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