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L'INTELLETTUALE ÉLISÉE RECLUS E LE ALI DI UNA FARFALLA


Lucio Gambi, negli anni ’70 del secolo scorso, rilevava che nei ritratti di Messina, nella loro delineazione storicamente motivata si coglieva da sempre “uno spazio accennato nel suo pieno valore economico da un elemento, cioè il mare”. Come a Venezia, a Genova e ad Ancona il punto di visione rimane sul mare, base di ogni loro fortuna, “in perpendicolare sul porto”. Quanti negli anni hanno studiato i modi della percezione del paesaggio e quindi del senso di “Messina”, hanno costantemente fatto riferimento a questa posizione e ai suoi vantaggi. Di Messina si vantavano i mercati e la speditezza “che la positura consentiva nel carico e nello scarico delle merci”, e la città era vista come «clavis insulae»“Una capitale così avventuratamene situata tra il Mediterraneo e l’Adriatico, sulla strada che forzosamente deve seguire la corrente commerciale che da levante va a ponente, nonché sul prossimo cammino delle Indie, or che sarà aperta la grande comunicazione di Suez”, diceva in Consiglio Provinciale, il suo Presidente, Cavalier Stefano Zirilli ( 18 ottobre 1864, Atti consiglio Provinciale).

Questa lettura, appena accennata, in Élisée Reclus diviene una lettura di sistema. Un paesaggio in cui si riconoscono i motivi delle interazioni spaziali, attraverso un “accostamento sequenziale di sezioni”, nel risalire a quell’immagine pubblica che nel “quadro mentale pubblico” si può ritenere insorga nello scambio tra una singola realtà fisica e una cultura spaziale. “L’importanza della città - scrive Reclus - raddoppierà certamente allorquando la zona settentrionale dell’Africa - a tutt’oggi in gran parte arida e deserta - avrà raggiunto nella storia della terra il grado di incivilimento e di riproduzione al quale è evidentemente chiamata dalla sua felice posizione sulle rive del Mediterraneo. Ed allorquando porto Said, Benghazi, Tripoli, Tunisi e Algeri saranno al pari d’Alessandria divenuti grandi centri commerciali, Messina - situata nel cuore della immensa rete di tutte le arterie di traffico tracciate tra i mercati mediterranei - ne trarrà immensi vantaggi”. Rileggendo Reclus sembra sia possibile rifarsi a memorie antiche sottese a un certo modo attuale di cogliere il senso della città. E le catastrofi non hanno rappresentato rotture di continuità ma hanno lasciato emergere una sorta di conservazione della continuità sul piano degli avvenimenti lunghi: in quel Piano dove di là dagli incidenti, delle peripezie che ne hanno colorato e segnato il destino, nella loro longevità, meglio nelle loro permanenze, nelle loro strutture, nei loro schemi essenziali, può ricomporsi una cultura, una civilizzazione, che attraverso una serie di società continuano la loro esistenza, lasciandosi appena flettere a poco a poco.

Anche sullo Stretto, dopo la catastrofe gli schemi essenziali finiscono in qualche modo per ricomporsi e rappresentare “sperimentalmente le capacità di recupero di sistemi vasti”. A Messina il tempo lavorerà per la città? La dinamica vitale del dopo terremoto spingerà a riappropriarsi della valenza dei luoghi? Certo è che il processo del tempo continuerà a muoversi nell’intelaiatura, nel frame-work, che si poggia sulle coordinate della società, del territorio e del tempo. Una “intervista impossibile” con Élisée Reclus aggiungerebbe altri interrogativi e declinerebbe certamente analisi conducenti. Ma è utile ricordare che il nostro geografo scrive di Messina dopo aver esaminato gli effetti dell’eruzione dell’Etna del 1865. E parlare, narrare di vulcani significava compiere questi costitutivi. Come guardare il mare è togliere il mare al mare. Nel nostro caso si pone anche l’articolarsi di un passato, che sostanzia un sapere e che poi si salda in un presente che è un conoscere-esporre-narrare che presentirà, profetizzerà un futuro. Il gesto della costruzione, che riverbera dall’immaginazione, si dissolve in favola e coglierà significato e senso, ritroverà tracce idealizzate, riproporrà un possibile superamento di alternativa o di contrapposizione tra percezione, immaginazione, concetto.

Sull’Etna le stelle segnano un misterioso legame cosmico tra la luce e il fuoco a chilometri di profondità. Un catasto magico, direbbe Maria Corti. Lo spettacolo dell’ombra dell’Etna si allunga e si ritrae fino a coprire o a scoprire mezza Sicilia, dice Alexis de Tocqueville. E’ il sorgere del sole che è irripetibile: ”com’è dato vederne una sola volta nella vita”. La creazione del mondo, questo incanto metafisico dell’alba? Una bellezza severa e terribile, un colore rossastro e violetto, diffuso sui flutti, che insanguina la Calabria, mentre l’elevazione dell’Etna s’inarca per adattarsi alla curva del cielo. De Maupassant, invece vedrà le coste della Calabria proiettare “l’ombra lontano sul mare, fino ai piedi dell’Etna, il cui profilo scuro copre l’intera Sicilia del suo immenso triangolo, che svanisce man mano che l’astro si leva.” Poi, appena visibile, Malta (sic!). Schinkel (1990, Viaggio in Sicilia, Sicania, Messina) lo supera perché riesce a vedere addirittura tutta la Sicilia, la Calabria, le Eolie e addirittura l’Africa. Così i tramonti: “uno di questi basta per tutta la vita”, scriveva nel 1848 Wisniewski ( Viaggio in Italia, Sicilia e Malta, Varsavia, ). De Tocqueville parla con uguale sentire della grande ascensione dell'Etna...: “ci muovemmo da Nicolosi ... Uscendo dalla città si attraversano estensioni di campi coltivati, poi si penetra in un terreno invaso dalla lava vulcanica, ancora incolto e orribile, conseguenza di vecchie eruzioni. E di là che si vede meglio che da alcun altro luogo la città di Catania, tra i boschetti e le lave che la circondano. Ma quando si supera la zona invasa dalla lava si penetra, senza soluzioni di continuità, in un paese incantato, che vi sorprenderebbe dovunque e che vi seduce in Sicilia. Qui si direbbe che non vi sia un solo angolo di terra sprecato; dovunque coltivazioni arboree, intramezzate da capanne e da graziosi villaggi; dovunque un'aria di prosperità e di abbondanza. Potei rilevare, così, che nella maggior parte dei campi coltivati il grano, le viti e gli alberi da frutta crescevano e prosperavano insieme; e fui indotto a chiedermi da dove potesse derivare una così grande prosperità".

È evidente che non si può attribuirla soltanto alla ricchezza del suolo perché l'intera Sicilia è un paese fertilissimo, che esige minori lavori di coltura che la maggior parte degli altri paesi. "La prima ragione che mi venne in mente per un tale fenomeno è la seguente: le terre intorno all'Etna essendo poste tra due delle più grandi città della Sicilia, Catania e Messina, trovano in queste due direzioni vasti mercati per la vendita dei loro prodotti, che non esistono affatto nel centro dell'isola o sulla costa meridionale…”. E avrebbe fatto felice l’oscuro collezionista di tramonti, scoperto sul Baltico da Baricco, che conservava, nei barattoli di una fantastica collezione, tramonti, ancora tramonti, altri tramonti. Chi, nel racconto del lituano Kondrotas (1993, trad.2001, Il collezionista, Stampa alternativa, passim) avrà la ventura di venire in possesso della collezione, passerà, nel chiuso di una stanza, dalla curiosità incredula alla visione trasfigurata della magia delle luci che, di sera, scoppiano nel cielo e a poco a poco si scolorano e diventano sera, “nell’attesa che …fa palpitar le prime stelle”. Così la collezione di tramonti susciterà la voglia di collezionare albe e aurore. Anche De Tocqueville parla come Reclus di paesaggi, culture, relazioni, mercati. Un modo di leggere evidentemente comune che poi avrebbero vivificato con i loro apporti i percorsi d’intere generazioni intellettuali. Qui usiamo il termine intellettuale per definire una figura rappresentativa del sapere globale, vista in una sinergia di uomini di sapere che riescono, secondo l’analisi di Zygmunt Bauman. Categoria descrittiva, ma anche realtà unitaria e responsabile dei diritti e doveri che questa categoria comportava, senza demarcare confini all’interno delle discipline d’origine, anzi superando le rispettive competenze disciplinari. E nell’intellettuale Reclus, rileva Marcella Schmidt di Friedberg, cogliamo una geografia sì “impregnata di idee libertarie”; ma anche con il sentimento di un ambiente “infinitamente complesso”, la cui percezione può avvenire, come distingueva Humboldt, innanzitutto per suggestione, poi “per disarticolazione della totalità sentimentale e per l’avvio della traduzione in termini scientifici” e infine per lo stadio “di totalità costituita dallo stare insieme”, lo stadio in altre parole “della sintesi, del punto d’arrivo, del termine ultimo del processo conoscitivo”.

L’ambiente come complesso di rapporti tra mondo naturale ed esseri viventi, che influiscono sulla vita e sul comportamento dello stesso essere vivente: il milieu ambiant. L’ambiente storico–sociale del Toynbee (A study of History, I, p .269), “l’ambiente totale, geografico e sociale, in cui è compreso l’elemento umano, sia il non umano”. Il che non significa che l’ambiente sia sempre in chiave determinista la causa della vita e delle creazioni dell’uomo, ma ne è piuttosto la condizione. E anche Claude Raffestin ci riporterà a uno stadio di natura che significa “che l’obiettivo o il disegno dell’uomo non è appropriarsi di un universo che sarebbe esterno a lui, ma compiere la funzione di fattore interno e regolatore della realtà naturale…l’uomo costruisce il proprio stato naturale, quindi, non solo fa parte della natura, ma contribuisce anche a inventarla”. Così lo spazio percepito si trasforma in spazio culturale, scandito da codici che ne consentiranno anche relazioni sistemiche. Attorno ad un’immagine, scriveva Calvino nella sua lezione sulla visibilità, ne nascono delle altre ed è come se si formasse un campo di analogie, di simmetrie, di contrapposizioni. La scrittura poi cercherà l’equivalente dell’immagine visiva, in uno sviluppo tendenzialmente coerente, tendenzialmente perché in realtà è una molteplicità di possibili che si connette tra sensazione e pensiero, perché la somma d’informazioni, di esperienze, di valori solo potenzialmente s’identifica in un mondo dato in blocco, senza una prima e un poi. Il paesaggio della memoria finisce con l’apparire distante, alternativo alle visioni e alle sensazioni del presente. Ed è nell’abitare questa distanza che forse sarà possibile cogliere lo spessore della mobilità delle forme che si accompagna al diverso percorso mentale che assume, trasformandola, la cosalità dell’oggetto. La vita che si è persa, la vita che non abbiamo vissuta?

In un paesaggio-memoria che scandisce l’accaduto con tutta l’irrevocabilità del giudizio e che fissa inesorabilmente ciascuno alla sua storia. Farinelli, ancora, ci ripropone la svolta del pensiero di Kant "nel paesaggio dalla geografia empirica di quel che si vede alla «geografia della ragione», cioè alla geografia dello «spazio buio del nostro intelletto». “Il problema che Kant pone è enorme e decisivo, dice Farinelli, e riguarda in ultima analisi la ragione della differenza tra l’immagine scientifica del mondo e quella che invece ne abbiamo quando al mattino spalanchiamo la finestra, quando insomma al mattino spalanchiamo la finestra, quando insomma consideriamo il mondo come se fosse un paesaggio”. Ed è questo, unitamente alla parzialità comunque della rappresentazione scientifica, che sembra muovere Reclus: come il soggetto dell’Erdkunde, l’uomo morale, cioè, che cercava di trovare una regola di condotta procedendo, come diceva Ritter, “di osservazione in osservazione e non da opinioni e ipotesi in osservazioni”. In una conferma della dignità di essere libero e soggetto pensante, in situazione armonia e generale rispetto. D’altra parte per Ritter l’Erdkunde era soltanto la conoscenza del pianeta che abbiamo sin ora acquisito come individui storicamente motivati…non era affatto una “compiuta scienza della terra”. E la motivazione di Reclus sta tutta in quella forte interazione tra geografia e spirito libertario dell’anarchia che si appalesa appunto in quella profonda fede nella libertà e in un’armonia solidale, nel rispetto dell’uguaglianza. Direbbe adesso Bobbio, per godere di tutte le libertà di cui godono gli altri e godere soprattutto di ciascuna libertà in modo eguale a tutti gli altri. Una libertà irresistibile, la speranza e la di magnifiche sorti e progressive da un lato, dall’altro però “gli ostacoli posti dalle condizioni illogiche e contraddittorie dell’ambiente degli uomini”.

Nella natura invece è possibile cogliere, ad esempio dal ciclo dell’acqua, una condizione, un simbolo d’immortalità perché “il corpo vivente, animale o vegetale, è un composto di molecole in continua trasformazione che gli organi della respirazione e della nutrizione hanno captato dall’esterno e hanno fatto entrare nel vortice della vita”. E la vita come il ruscello si rinnova di minuto in minuto, noi cambiamo aspetto a ogni istante e “se crediamo di rimanere gli stessi questa è una pura e semplice illusione della nostra mente” (ib.) Come il singolo uomo, così “la società presa nel suo insieme può essere paragonata all’acqua che scorre”. “I fiumi…essenzialmente movimento e vita: vita chiama vita”. Di progresso in progresso un’evoluzione che diviene nel frame-work della lunga durata. E alla fine ci sarà anche l’acquisizione di consistente maturità che spingerà tutti ad amarsi, a fondersi in solo fiume, e ad associarsi in una federazione di uomini liberi, “riuniti in una sola corrente, scenderemo insieme verso il grande mare in cui tutte le vite vanno a perdersi e a rinnovarsi”. È costante questo interrelate geografia e mondo degli uomini in un orizzonte di possibilità che non si risolve nell’u-topia, né nell’atopia ma in un luogo da raggiungere come luogo dell’armonia e dell’eguaglianza. Oggi si dirà l’eguaglianza dei punti di partenza, delle opportunità, dei redditi, dei risultati etc. Ma è un ideale non lassista che può sperimentare in natura, in una visione olistica e evolutiva verso l’autorealizzazione universale (una profetizzazione dell’umanità in senso globale), una conducente pedagogia. La chiesa lo avrebbe “indubbiamente santificato per la sua grandezza intellettuale, per la sua umiltà, per lo spirito di sacrifizio e di rinunzia, per l’amore verso tutte le creature…”, scrive un anonimo (m.z.) prefatore, in volume in cui si raccolsero, in una collezione del pensiero anarchico, nel 1951 a Bologna, alcuni Scritti Sociali.

Ma, si aggiungeva, Reclus aveva rinnegato dio, perché aveva “rinnegato la società degli oppressori”. Reclus scriveva in modo propositivo che la città, «la città di concordia», aveva il vantaggio sulla città di Dio e sulla città del Sole e su altre “città sognate” di non essere una pura concezione dello spirito, ma di svilupparsi in maniera organica, di vivere una vita tutta concreta…” là si prolungano le “alture coperte di erbe e di fiori…e si crederebbe di udire il mormorio delle onde che, nell’infinito dei tempi passati, portarono i nostri antenati… La città di concordia domina questo immenso spazio…un mondo di poesia e di storia…e io la vedo…dilatarsi come un fiore meraviglioso il cui succhio si distilli nel terreno delle migliaia di generazioni trascorse (ib.)”. E la Confederazione sindacale “Società Operaia” ha organizzato a Madrid delle “jornadas de recuerdo” in occasione dei cento anni dalla morte di Reclus (5 luglio 1904 - 5 luglio 2004). Non un vuoto rituale tra innamorati della libertà, ma il tentativo di produrre, attraverso la molta documentazione disponibile, un’autobiografia impossibile e “irrispettosa”, perché forse lui non l’avrebbe mai scritta. Comunque, anche se non autorizzata, si tratta di notizie e interpretazioni riprese da un’infinità di libri e utilizza una miriade di scritti di Reclus e su Reclus. Sarebbe lungo addentrarsi puntualmente nel tumultuoso a volte, riflessivo e curioso altre volte, ossessionato dall’urgenza di scrivere altre volte ancora, snocciolarsi dei giorni e degli anni. Se ne ricava un sentimento di problematicità ma sempre di grande tenerezza nei confronti del reale, un sentimento malinconico del creato, nell’affascinazione della sua spinta vitale. Così come i riferimenti a Saint Simon, ad Auguste Comte, a Charles Fourier, a Proudhon, a Owen, significano il passaggio dalle letture di formazione a uno spirito libertario che s’intramerà costantemente, fino a diventare un tutt’uno, con la sua elaborazione scientifica. Una elaborazione che entrerà nella geografia attraverso la “porta d’accesso” offertagli da Ritter ma che poi vorrà “toccare la terra nel suo proprio terreno” e non soltanto attraverso i dati e i metodi dell’«officina». E l’ossessione di arrivare al “libro del mondo” lo spingerà dappertutto con un taccuino per appuntare riflessioni sui luoghi e per disegnare. Osservare e disegnare, usare anche l’esperienza del fotografo Nadar, tutto questo in giro per paesi e contrade.

Giuseppe Campione
Ma nell’approccio ai diversi costumi, nella dignità di essere liberi e pensanti, è come se si cercasse di cogliere i possibili cammini della libertà, le loro sconfitte, il rispetto dei valori della persona e spesso la loro sconfitta: e allora il viatico di una lotta all’oppressione, motivata, razionale, con il rifiuto di percorsi di giustizia rudimentale: con l’impegno a vivere per realizzare l’armonia e a morire, se del caso, per questi valori. Con la storia e la geografia: perché la geografia è la storia nello spazio, nel medesimo modo in cui la storia è la geografia nel tempo. Una geografia come storia di una natura da interiorizzare, con forte valore di religiosità negli approcci neopositivistici alla metafisica e nello sviluppo del pensiero epistemologico: una visione panteista di una religiosità naturale? Piuttosto una sperimentazione anche ideale del reale per costruire con questi materiali dell’esperienza l’approdo a una concezione della realtà a suo modo perfetta, nella dialettica delle possibilità, e comunque perfettibile, in una razionalità consapevolmente che si fondi sull’esperienza. Certo, ed è il termine del processo evolutivo la fase in cui tale processo raggiunge la perfezione. Senza alterità che implichi la determinazione della diversità, ma in unità assoluta, dove la natura è intrinseca allo sviluppo della persona e delle relazioni. La persona, un io che conosce se stesso in un permanente giudizio di analogia che assimila le sfere correlative delle forme viventi dell’essere in se e nell’altro. In un’interazione nell’ecumene-globale che, come l’adesso discusso battito d’ali di una farfalla, può innescare una catena di eventi, capace di culminare in un uragano violento. Anche Humboldt, ci ricorda Farinelli voleva strappare il soggetto il cui ambito era l’esperienza estetica da un atteggiamento contemplativo per dotarlo invece di un sapere in grado di garantire la conoscenza e la manipolazione del pianeta, in modo che il concetto di paesaggio definitivamente si muti per la prima volta da concetto estetico in concetto scientifico. Reclus aggiungerà a questo paesaggio un’armonia che si appalesa come cornice per la sperimentazione un prodigioso armonizzarsi degli uomini. Il Bello, che è anche Buono, s’immaglieranno nella storia dell’uomo e senza determinismi definiranno condizioni per tempi di armonia, auspicati, possibili: con la storia che sarà la geografia nel tempo.

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