CITTA' DEL GALATEO: ANTONIO CATTINO DEDICA IL SUO PREMIO A OMAYMA BENGHALOUM

Per il Saggio a Tema sui problemi della globalizzazione, non solo economica ma anche culturale e linguistica, è stato conferito al poeta e scrittore messinese Antonio Cattino il primo premio unico nell'ambito della terza edizione del Concorso Internazionale di Poesia e Prosa "Città del Galateo" organizzato dall'Associazione Culturale Verbumlandi-Art, presieduta da Regina Resta, che si è svolto sabato scorso a Galatone (Lecce).



Il vice sindaco di Galatone, Massa V. Massimo ha consegnato il premio e Maria Teresa Infante ha letto qualche nota della biografia di Antonio Cattino che ha così commentato il prestigioso riconoscimento ricevuto: "Ho visitato la splendida Galatone e il magnifico Palazzo Marchesale dove si è svolta la tre giorni conclusiva del Premio di Poesia e Prosa dedicato quest'anno all'opera del Galateo, al secolo Antonio de Ferraris ( Galatone 1444 – 12 November 1517), insigne letterato ed umanista, e sono stato premiato per un saggio sulla globalizzazione. Ho provato una grande emozione che, però, non mi ha impedito di dedicare pubblicamente il premio alla giovane donna tunisina Omayma Bengalloum, mediatrice culturale ed interprete di lingua araba a Messina, barbaramente uccisa dal marito in un nuovo episodio di femminicidio, che nulla ha a che fare con la supposta gelosia o con le regole della religione islamica, come lo stesso Console di Tunisia ha detto a Messina nella manifestazione in suo ricordo, in cui io recitai la mia ode in onore della donna. Lei ha lasciato 4 bambine che sosteneva dignitosamente col suo preziosissimo lavoro".


A.D.P.

Ode dedicata a Omayma Bengalloum - Pi’ Omayma Bengalloum Odi
Uccisa dal marito per possesso di corpo e d’anima. Poesia in Lingua Siciliana.
Con traduzione in italiano

Cuntami Omayma 
si ora truvasti
la paci
‘nta li vrazza cilesti
e si lu surrisu chi ci nijasti
è tutta ‘na cosa 
cu la luna e li stiddi,
l’immensi prati
pittati di virdi,
unni ‘nta li sonni
cu li scioti capiddi
‘ncontru vai
a li to’ picciriddi;
Chianci Missina
pi’ lu to nomu …
O notti scurusa
di sangu vagnata
pi’ manu di bestia
d’ homu vistuta
chi sulu pi’ consu
ti tinia attaccata;
L’unuri in facci poi ti jttava
a corpa di ‘nciurii 
e malidicenzi
comu s’’u to travagghiu
fussi ‘mpistatu
mentri a li figghi 
dunavi lu ciatu;
Ora ti pensu 
ventu di ziffiru
a menzu a li stiddi
chi vai sciusciannu
lu curti tempi
chi ni cuncidisti
facemuli spiranzi
e ammunimenti;
Esempiu d’onesta 
cumunioni
di lotta pi’ ‘na nova
cunvivenza
unni l’amuri,
in ogni cuntrada
sia rosa adurusa
di sirinu brizzata
e mai pussessu e
‘mposizioni 
occhi ‘nsangati
e pugnali ‘nto cori;
Ora tu dormi 
o stidda d’orienti
mentri nun dormi 
lu to assassinu
strittu ‘nto ciancu
d’’u tavulatu 
forsi iddu cianci 
la so’ svintura
d’homu di nenti
‘ntra la genti passatu.

Dimmi Omayma 
se ora hai trovato
la pace
nelle braccia del cielo
e se il sorriso che ci hai negato
sia tutt’uno 
con la luna e le stelle,,
i prati immensi
dipinti di verde,
dove nei sogni
coi capelli sciolti
‘vai incontro
alle tue bambine;
Messina piange
per il tuo nome,
O quella notte scura ..
bagnata di sangue
per mano di bestia
travestita d’uomo
che solo per orpello
ti teneva legata;
L’onore in faccia poi ti gettava 
a colpi d’insulti e maldicenze
come se il tuo lavoro 
fosse maledetto
mentre alle tue figlie
donavi il respiro ;
Ora ti penso 
vento di zeffiro
fra le stelle 
che vai soffiando
il breve tempo 
che ci hai concesso 
facciamolo speranze
e ammonimenti;
Esempio d’onesta 
comunione
di lotta per una nuova
convivenza
dove l’amore,
in ogni contrada
sia rosa odorosa
di rugiada perlata
e mai possesso e
imposizione
occhi di sangue
e pugnali nel cuore;
Ora tu dormi 
o stella d’oriente
mentre non dorme 
il tuo assassino
stretto nel fianco
del tavolato 
forse lui piange 
la sua sventura
d’uomo di niente
come dice la gente.

Antonio Cattino@ 7 settembre 2015 ogni diritto riservato secondo legge.



La globalizzazione economica è più immediata, ma non sarebbe forse più duratura quella culturale, fondata sulla condivisione linguistica e valoriale?  
                                       
                                     GLOBALIZZAZIONE NUOVI ORIZZONTI

Dal punto di vista storico, la globalizzazione economica non è un fenomeno inedito. Adam Smith (Scozia, 1723-1790), filosofo e iniziatore della scienza economica moderna, definiva gli uomini d'affari del suo tempo "uomini senza patria". Alla metà del XIX secolo, mentre fiorivano in Europa ed in parte nelle Americhe le teorie socialiste, nascevano nuove importanti organizzazioni in difesa dei lavoratori non più limitate agli ambiti nazionali. Il 28 settembre del 1868 a Londra fu fondata l’Associazione Internazionale dei Lavoratori, meglio nota come la Prima Internazionale che, seppure fra contrasti ideologici dimostratisi poi insanabili, si poneva l’obiettivo di estendere a tutti i lavoratori del mondo gli stessi diritti e le stesse tutele. Il programma di tale organizzazione fu steso dal sociologo ed economista Karl Marx ed aveva in sé una vera e propria teoria di globalizzazione dell’economia (intesa come internazionalizzazione di nuovi rapporti di produzione fra capitale e lavoro) partendo dai bisogni e dalle rivendicazioni del proletariato e dal controllo dal basso dei meccanismi di produzione e distribuzione della ricchezza. 

L'Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) definisce così la globalizzazione: «Un processo attraverso il quale mercati e produzione nei diversi paesi diventano sempre più interdipendenti, in virtù dello scambio di beni e servizi e del movimento di capitale e tecnologia». Un potente acceleratore dei processi di globalizzazione è stato e continua ad essere la rivoluzione informatica, sia nella creazione e gestione dei rapporti commerciali sia nella creazione di un unico mercato finanziario che supera ogni frontiera e mette a disposizione degli imprenditori i capitali necessari per produrre beni e servizi. La globalizzazione economica e finanziaria, sfugge al controllo dei singoli stati, o tenendone conto solo marginalmente. Gli stati vengono svuotati delle loro prerogative di controllo e regolazione dei processi finanziari e tendono ad essere relegati al ruolo subalterno di servizio alla globalizzazione dell’ economia e della finanza. Tutto ciò crea un sistema di distribuzione della ricchezza a pelle di leopardo, con fortissime disuguaglianze fra aree sviluppate o di nuovo sviluppo ed aree escluse dai processi di sviluppo, che produce nuove disuguaglianze e nuove povertà da vero e proprio abbandono economico. Si assiste così ad innumerevoli conflitti e guerre locali, fra stati o fra tribù dello stesso stato, gruppi religiosi, quasi sempre ispirate dalle multinazionali interessate ad assicurarsi un intenso accaparramento delle risorse naturali e del sottosuolo al più basso prezzo possibile. In questo contesto intere generazioni di popoli si mettono in movimento, con le loro povertà e le loro aspirazioni ad una vita migliore e più sicura, avendo come obiettivo le zone del mondo più ricche dove si produce e quindi si lavora potendo così aspirare ad una vita migliore. 

E’ un processo di migrazione drammaticamente epocale, un vero e proprio esodo di cui oggi non possiamo intravedere i numeri ma che si preannunciano enormi per il prossimo futuro. Contemporaneamente a ciò assistiamo ad uno sviluppo in aree del mondo non di cultura occidentale come la Cina e l’India con le loro aree d’influenza, fatti questi che spostano interi comparti della produzione, della ricerca e dell’informazione in quelle aree che peraltro sono destinatarie di ingenti flussi finanziari. Tutto ciò comporta anche una crisi culturale che richiede di essere gestita con intelligenza ed apertura da tutte le parti in causa, evitando gli estremismi ed i fondamentalismi riprendendo da un lato lo spirito del filosofo arabo Averroè che nel XII secolo tentò, anche con un certo successo, di permeare l’islamismo del razionalismo aristotelico e quindi di avvicinare e contaminare le due culture. Infatti, quella dell’intreccio e della contaminazione delle culture è un’esigenza all’ordine del giorno, una necessità, ma non solo per la parte non occidentale del mondo, ma anche e soprattutto per l’Occidente che non potrà gestire una crescita con le tendenze e le spinte alla separazione ed alla ghettizzazione sociale e culturale delle popolazioni che accoglie, cosa che vale anche con gli stati e le economie emergenti con cui viene a contatto. 

In un recente articolo apparso su “la Repubblica” dal titolo "Riaccendiamo l’Illuminismo", lo scrittore e saggista indiano Pankaj Mishra cita Voltaire e Kant nonché alcuni studiosi delle dinamiche della globalizzazione, facendo un particolare riferimento alla studiosa Simone Weil a cui, "nelle sue riflessioni di ampio respiro, lui riconosce il merito di non avere mai ignorato le minoranze etniche di Francia”, sottolineando l’affermazione della Weil che il vecchio modello standardizzato di progresso doveva essere sostituito, perché i valori dell’individualismo e dell’autonomia che in origine avevano dato vita all’uomo moderno erano giunti a minacciare la sua identità morale e spirituale. Pankaj Mishra afferma perciò che ormai l’illuminismo che ha visto l’affermazione dell’individuo occidentale, della separazione della sfera civile e politica dalla sfera religiosa, è andato via via degenerando perdendo i fondamentali morali come la compassione o nella sfera sociale ed economica tramutando individualità nel contratto sociale in esasperato egoismo e spesso la missione dell’alto concetto del governare in una degenerata accentuata venalità delle élites, facendo intuire che questi fatti depotenziano il modello occidentale. Pankaj Mishra conclude che bisognerebbe "recuperare l’Illuminismo come la Religione dai suoi fondamentalismi". Se l’Illuminismo è "l’emancipazione dell’uomo dalla sua immaturità auto-imposta", allora questo "compito" ed "obbligo", come Kant lo definì, “non è mai definitivamente compiuto; continua Pankaj Mishra, dev’essere continuamente rinnovato da ogni generazione nel continuo cambiamento delle condizioni economiche e sociali.” 

Tutto ciò secondo me ha valore anche nella sfera culturale; mai si era assistito, come ora ad un contatto stretto fra culture, lingue, credi e valori della vita così diversi, sia all’interno dei singoli Stati che sull’intero scacchiere internazionale il che porta ad una nuova definizione della convivenza in mancanza di una sola cultura egemone, come nel passato, ma in presenza di culture diverse che hanno tutte la forza di imporsi in maniera paritaria alle altre. E’ un "obbligo ", pena la decadenza e il conflitto fondamentalista, intrecciare i fili di una multi culturalità e multi etnicità, aprendo la mente a nuovi orizzonti da raggiungere insieme, definendo garanzie e vincoli di convivenza politica e civile da un lato e la libertà delle idee e per le culture che si incontrano sul terreno ideale e sull’elaborazione culturale, fuori da ogni logica discriminatoria. In quest’opera di costruzione di un mondo nuovo la questione della lingua comune è un falso problema, le tendenze e le proiezioni ci indicano quattro lingue che assumeranno per numero di parlanti e fruitori nel 2050 il ruolo di lingue più parlate: l’inglese, il francese e il cinese mandarino e l’arabo. Ci sarà sicuramente la lingua inglese che svolgerà il ruolo di lingua convenzionale per gli scambi, nell’informatica l’economia ed il turismo; essa è studiata anche in Cina e, sebbene anche i francesi abbiano la velleità di imporre la loro, è più probabile che vincerà quella inglese. Altro scenario si presenterà per il versante culturale ove le lingue di produzione letteraria rimarranno quelle nazionali o di gruppo linguistico omogeneo; i sostenitori dell’utopia dell’Esperanto o di quella di una rinascita del latino saranno sempre di meno, anche se le antiche lingue come il greco o il latino avranno un ruolo universale nelle chiese e liturgie, come il sanscrito nell’induismo ma l’avranno anche nella ricerca storica e sugli antichi testi. Il tutto fa pensare ad un regime di bilinguismo o trilinguismo diffuso dove alla lingua madre si affiancherà sempre di più la lingua del paese ospitante. Grossi problemi vi saranno per le lingue cosiddette locali come il siciliano, il friulano o lo stesso catalano che se non produrranno una significativa letteratura, saranno relegate al rango di dialetti solo parlati.

Antonio Cattino@ 9 giugno 2015 ogni diritto riservato secondo legge.





Commenti