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venerdì 17 luglio 2015

IN SICILIA SIAMO AL "QUESTA SERA SI RECITA A SOGGETTO"

Regione e crisi della democrazia? I geografi, raccontano la terra, abitano le distanze. L'etica del sapere è l'etica della vita, dei perché. 



Per questo, ad esempio, di fronte a ricorrenti apocalissi che mai sembrano prefigurare nuova terra, nuovi cieli, nessuno che profetizzi cose nuove in tempi vicini, solo ancora dolore degli uomini, disumanizzazione, postumanità, in una “paura che mangia l'anima”, avvertono la necessità di interrogarsi su territori di memoria sedimentata, su geografie del vissuto. 

E torniamo a Bennjamin, alla sua filosofia della storia: C’è un quadro di Klee che s’intitola Angelus Novus. Vi si trova un angelo che sembra in atto di allontanarsi da qualcosa su cui fissa lo sguardo. Ha il viso rivolto al passato. Dove ci appare una catena di eventi, egli vede una sola catastrofe, che accumula senza tregua rovine su rovine e le rovescia ai suoi piedi. Ma una tempesta lo spinge irresistibilmente nel futuro, a cui volge le spalle, mentre il cumulo delle rovine sale davanti a lui al cielo. Ciò che chiamiamo il progresso, è questa tempesta.

Ci insegnava Aldo Moro, in uno dei passaggi più intensi del suo magistero: …Se fosse possibile dire saltiamolo questo tempo e andiamo direttamente a domani credo che tutti accetteremmo di farlo. Ma non è possibile. Oggi dobbiamo vivere, oggi è la nostra responsabilità. Si tratta di essere coraggiosi…si tratta di vivere il tempo che ci è dato da vivere…con tutte le sue difficoltà.

Perché è la storia degli uomini che diviene spazio vissuto, paesaggio: la lezione di "Les annales", acquisita anche da Sereni, da Gambi, da molti altri, esprime come sostanza quella di una storia che scrive la geografia, di una geografia che è spazio dell’accadere…dove regole e prassi di convivenza, modi di produzione, disegnano iconografie, palinsesti complessi, sedimentate fase culturali, narrazioni di lucida essenzialità. Lucio Gambi, nell’introdurre la imponente Storia di Einaudi, osserva ad esempio che la Sicilia, da qui le sue ermetiche chiusure, “…si distingue a volte in modo esclusivo per idiomi, costumi familiari e sociali che risalgono ad epoca remota: le situazioni e le forze che impediscono ora una sua ristrutturazione…”.

In una riflessione del dopo guerra, l’Aglianò, poi condiviso da Sciascia, che lo affidò addirittura ai tipi della "Memoria" di Elvira Sellerio, rilancia un tema che sarà a lungo dibattuto, quello che, allora, precipua preoccupazione fosse quella “di mantenere inalterati gli interessi e di perpetuare la vecchia struttura feudale”: da quella cultura si perpetueranno blocchi clerico-agrari e mafiosi che sostanzieranno separatismo, utilizzazione del banditismo, autonomia regionale "esagerata", legislazione e prassi di potere connotate da latitanza etica

Un’autonomia che, con il suo derivare dallo statuto albertino, non acquisirà lettera e valori della costituzione repubblicana. Dopo Portella della Ginestra, addirittura, per quella cultura, che dà sostanza alla mafia, consentirà a quella mentalità (utilizzando la definizione del Pitrè, che già allora sembrava anticipare, pur nell’apparente riduttivismo che molti utilizzarono come liberatorio, quello che invece sarebbe stato il senso chiarissimo del terzo comma del 416 bis) vie parlamentari al potere; senza alcun adeguato contrasto.

Certo - soprattutto a fine anni ’70 e a primi ’90 - si manifesteranno tragici, dolorosissimi momenti di rottura, ma, ogni volta saranno riassorbiti dalla lunga durata da un termidoro di lunga durata, di società e di governo, nel permanente e consueto rito delle responsabilità rimosse. Anche i nostri poveri eroi, morti ammazzati di mafia, che volevano rendere più gentile il vivere in questa terra, come dice il nostro appello del luglio’92, saranno coperti da rimozione ed oblio, fastidio anche. Il mantra della diversità, rafforzato dalle peculiarità statutarie, ha perpetuato velleitaria competizione, estenuanti enfatizzati, soprattutto vittimistici, bracci di ferro con istituzioni nazionali. 

Mentre sarebbe convenuto, lo scriveva tanti anni fa Guido Corso, svolgere all’interno l’autonomia (la qualità del governare e soprattutto dell’amministrare) guardando all’esterno per attingere idee, prospettive, stili di vita, di convivenza da immettere nella realtà siciliana, agita per lo più da violenza, parassitismi, sonnacchiose frustrazioni, accentuato deficit di cittadinanza. Ma oggi, quasi avessimo avuto la capacità di inquinare tutto il sistema paese (del resto perché non ricordare che Dossetti lo aveva profetizzato su Cronache sociali, subito dopo Portella della Ginestra?), che quasi tutte le regioni sono ad un punto di non ritorno sui cammini del degrado, sembra veramente folle attingere da loro come punto essenziale e quindi ristrutturante del nuovo Senato della Repubblica. Mah!…che succede?

Proprio oggi che persino la riforma inventata da noi, quella dell’elezione diretta di sindaci e presidenti sta dimostrando che non è riuscita a modificare il modo perverso della conduzione di partiti e politica. E non era stato per realizzare questo che avevamo voluta sperimentarla questa elezione diretta, dopo le stragi del 92?  Ma ecco il punto. A Gargonza i poteri illuminati, quella di una definizione teologica e vistosamente a-costituzionale del sistema-partiti, dissero a chi la pensava diversamente, lo scriveva Eco su Alfabeta 2, : “…ragazzini lasciateci lavorare.” E questo accadde anche dopo. Oggi è nascosto nella iconostasi dei riti della vecchia-nuova politica.

Così, con quel sapore di morte in bocca invece del sindaco dei cittadini, inteso come the power at the next doar, potere della porta accanto, trovato Cuffaro e Lombardo, e con loro: mistificazioni di corrente padrepiismo, di cammini verso Santiago (e relativa indulgenza plenaria), di rogo dei libri, di neosicilianismo becero, di saprofitismo della “formazione”, di orrida tentata-attuata mercificazione di tutto il patrimonio costiero e di ragguardevoli quadri ambientali ecc.

Con Crocetta, dopo i buoni - vagamente accennati, a volte positivi, poi subito enfatici, contraddittori ed ingarbugliati - propositi, siamo passati ad un risibile “questa sera si recita a soggetto”, o in spettacoli circensi, “sotto la tenda di un circo, perplessi”. In realtà potremmo dire moltissimo e di tutto… diciamo solo che stentiamo a vedere del metodo in questa follia. Purtroppo Crocetta c’è. 

La politica non riuscì ad offrire altro ai cittadini e quindi allora fu salutato dalla limitata, pur vincente, adesione popolare come benemerito. Ma ammesso che esprimesse, e non era vero, medicina alternativa per la malattia della regione, sembra oltremodo evidente che al di là di iniziali momenti euforizzanti, non ha offerto alla lunga esiti di significato probante, …e allora? Saremo governati dalla paura di un’assemblea balcanizzata e con parlamentari atterriti dal non più differibile “ rompete le righe”? E al solito, "l’argent qui fait la guerre"?

Oppure, come altre volte, partendo ancora una volta dalla "irredimibile" condizione Sicilia, ci limiteremo a dire che non dobbiamo essere velleitari: è vero siamo in crisi, ma perché non pensare che se noi piangiamo anche “Sparta non ride?… In fondo è in crisi la democrazia nel paese, tutto il paese, la Grecia, il mediterraneo, l’ Europa, e poi ci sono la Russia, l’Isis, appena ti voli, molto, molto altro…sarà la tempesta, il cumulo delle rovine, a portarci al futuro? 

Oppure dobbiamo rifugiarci in raffinatezze consolatorie ed intelligenti alla Woody Allen, ad esempio: Dio è morto e noi non stiamo molto bene? Tutto qui.


Giuseppe Campione



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