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GLI ANNI FELICI DI GIOVANNI PASCOLI A MESSINA


Lectio magistralis del Ch.mo Prof. Giuseppe Rando alla conferenza "Gli anni felici di Giovanni Pascoli a Messina" organizzata dal Cenacolo culturale "Hortus Animae" coordinato dai poeti Maria Grazia Genovese, Antonio Cattino e Gaetano Anania, presso la storica sede del Gabinetto di Lettura di Messina, ieri sera, venerdì 24 Febbraio 2017. Il relatore ha evidenziato come gli anni che videro Giovanni Pascoli docente di lingua e letteratura latina all’Università di Messina (dal Gennaio 1898 al Giugno1902) furono, per ammissione dello stesso poeta, i più fecondi della sua vita. 

Cattino, Anania, Rando e Genovese
Il professore ci ha edotto in merito alla svolta che si profilava nella poetica dell’autore proprio in quel periodo e che lo stesso esemplificò nel più interessante dei discorsi messinesi, la prosa “Era nuova”, già “Della Poesia”, dove il poeta, riprendendo le affermazioni, antitetiche in verità, di D’Annunzio e Pirandello riguardanti la fine del Positivismo, sosteneva che “non la Scienza aveva fallito, ma piuttosto la Poesia”. E qui si riallacciava al messaggio leopardiano contenuto nella “Ginestra”, auspicando che l’uomo prendesse coscienza del suo destino di morte per divenire “più buono” e solidale e che a questo pensiero si volgesse la Poesia futura. Tuttavia il Poeta stesso afferma di non sentirsi di abbracciare in toto questa visione nichilista che permette di “annegare nel nulla, ugualmente, sia l’uccisore che l’ucciso”. Nello stesso periodo, Pascoli mette a punto la poetica del fanciullino. Nel corso della serata sono state lette, con soddisfazione del pubblico presente, alcune liriche pascoliane sia del “periodo myriceo” che “postmyriceo”. 
Pascoli a Messina

Il soggiorno di Pascoli a Messina è stato il più fecondo e florido del poeta che resta turbato piacevolmente e criticamente da ogni cosa: dalla gente, dal panorama, dalla storia, dalla semplicità e dalla magia dei luoghi e così per lui, che era già ben predisposto alla sensibilità d’animo, il fluire della poesia diventa un mare in fermento dove ogni momento diventa poesia melodiosa e sublime da scolpire con eterni versi. Infatti scriverà così a Ludovico Fulci il 5 luglio del 1910: “Io (a Messina) ci ho passato i cinque anni migliori, più operosi, più lieti, più raccolti, più raggianti di visioni, più sonanti d’armonie della mia vita”. Una delle più belle poesie scritte da GIovanni Pascoli a Messina è "L'Aquilone": "C'è qualcosa di nuovo oggi nel sole, anzi d'antico: io vivo altrove, e sento che sono intorno nate le viole".

Giovanni Pascoli dimorò prima in via Legnano; in seguito si trasferì in un appartamento a Palazzo Sturiale, nella piazza detta “Don Fano”. Così si esprimeva sul suo nuovo alloggio in Messina: “Bella vista… dalla cucina si vede il forte Gonzaga sui monti… dall’altra finestra il mare, su l’Aspromonte…”. Così invece scriveva sul terremoto che lo colpì tremendamente lacerandogli il cuore: “ I due panorami di Messina sono lì, incorniciati, in una parte al mio fianco; le atroci fotografie del disastro sono poco sotto, e ogni tanto ci vado a pascere la mia tristezza.”. Tra i più grandi amici di Pascoli a Messina c’era il poeta peloritano Tommaso Cannizzaro.

Di seguito una riflessione di Giovanni Pascoli sulla Città delo Stretto:
“ … il popolo di Messina è innamorato della campagna. Ho osservato che specialmente alle finestre dei mezzanini sono sempre fiori, e alle volte dei verzieri, a dirittura, di gerani-edere, di garofani, di piante rampicanti. E se si passa per la via con qualche fiore in mano, sempre qualche bambina vince la sua naturale ritrosia e timidità, e ci s’appressa e dice: Vossía mi dugna u sciuri. C’è molto di buono, o messinesi, nella nostra cara Messina. Di rado o quasi mai s’appressa qualcuno a chiedere il soldo o senari: moltissime volte vi si chiede un fiore! Cavate la voglia di fiori ai vostri bambini, poichè tutto un fiore è la vostra campagna! Date loro dell’ossigeno! Fate loro vedere tante cose belle, poichè di cose belle hanno sete! Voi forse non fate tanta stima della poesia, che è un di più, una vanità sonora. E di quella che si fa accozzando frasi e rime, non dico, neanch’io ho tanta stima. Ma c’è un superfluo che nella vita è più necessario di ciò che è necessario: la poesia. Ve lo insegnano le bambine che domandano u sciuri e non domandano il pane. Date, restituite anzi, a’ vostri figlioletti e a voi, la loro poesia, la loro domenica, le passeggiate, le scampagnate. Mostrate loro, un giorno per settimana, il bel monte Peloro verde di limoni e glauco di fichi d’india, la bella falce adunca che taglia nell’azzurro il più bel porto del mondo, l’Aspromonte che negli occasi, per il sole che cade razzando infuocato dietro Antennammare, si colora d’inesprimibili tinte, mentre il mare si riempie di rose colorite; mostrate loro un giorno della settimana il loro bel cielo sereno e la vostra fronte senza rughe !Cittadini! mettetevi d’accordo. In nome di Messina, che in civiltà non deve cedere a nessun’altra città d’Italia, in nome di Messina, che da consuetudini che si introducano di diporti festivi, può ricavare motivo ad abbellire le sue spiagge uniche al mondo; e da ciò avere affluenza di forestieri e incremento di ricchezza; in nome del lavoro stesso, che meglio frutta quanto più volentieri e lietamente è eseguito; in nome della religione, per chi è credente e sa che violare il sabato tanto vale quanto non credere; in nome della giustizia, per tutti che devono sapere che non si può togliere a sè e altrui il diritto d’essere uomini, cioè creature che hanno un intelletto oltre che un paio di braccia; in nome della scienza, che proclama la necessità del riposo e del diporto e dell’ossigeno; in nome della famiglia, che chiede a voi un po’ di serenità e di educazione e di convenienza: deliberate di osservare il riposo domenicale. L’accordo vostro, tra persone cioè che hanno sovente interessi discordi, sarà qui come è già in tutti i popoli e in tutte le città più civili, un grande presentimento, un grande augurio, una grande preparazione dell’accordo di tutti i cuori e di tutti i popoli.”

Infine, in "Pensieri e discorsi" (1914) Giovanni Pascoli così scriveva sul terribile terremoto che distrusse Messina e Reggio nel 1908: 
"Questo mare è pieno di voci e questo cielo è pieno di visioni. Ululano ancora le Nereidi obliate in questo mare, e in questo cielo spesso ondeggiano pensili le città morte. Questo è un luogo sacro, dove le onde greche vengono a cercare le latine; e qui si fondono formando nella serenità del mattino un immenso bagno di purissimi metalli scintillanti nel liquefarsi, e qui si adagiano rendendo, tra i vapori della sera, imagine di grandi porpore cangianti di tutte le sfumature delle conchiglie. È un luogo sacro questo. Tra Scilla e Messina, in fondo al mare, sotto il cobalto azzurrissimo, sotto i metalli scintillanti dell’aurora, sotto le porpore iridescenti dell’occaso, è appiattata, dicono, la morte; non quella, per dir così, che coglie dalle piante umane ora il fiore ora il frutto, lasciando i rami liberi di fiorire ancora e di fruttare; ma quella che secca le piante stesse; non quella che pota, ma quella che sradica; non quella che lascia dietro sè lacrime, ma quella cui segue l’oblio. Tale potenza nascosta donde s’irradia la rovina e lo stritolio, ha annullato qui tanta storia, tanta bellezza, tanta grandezza. Ma ne è rimasta come l’orma nel cielo, come l’eco nel mare. Qui dove è quasi distrutta la storia, resta la poesia".


A.D.P.

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