PRESENTAZIONE DEL LIBRO L'IMMAGINE CARNEFICE - MAGAZINE PAUSA CAFFE'

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ARCI Cohiba presenta il libro L'immagine carnefice a cura di Pierandrea Amato. 

L’appuntamento è in via Torino n. 11, Barcellona Pozzo di Gotto, sabato 3 febbraio, ore 18,00. Intervengono: Tindaro Bellinvia, Tania Poguisch, Pietro Saitta. Ne discutono con l'autrice Eleonora Corace. L’immagine carnefice. Fotografia, democrazia, guerra, Cronopio, Napoli 2017, a cura di Pierandrea Amato Autori: Giovanni Barberio, Eleonora Corace, Edvige Galbo, Beatrice La Tella, Marco Letizia, Matilde Orlando, Annalisa Pagano, Marina Pagliaro, Fabio Domenico Palumbo, Gaetano Princiotta

Scheda libro – L’immagine carnefice (Cronopio, 2017)

Da oltre un quarto di secolo, almeno dalla prima guerra in Iraq nel 1991, con l’apice dell’attentato alle Torri gemelle dell’11/9/2001 e la diffusione nel 2004 delle fotografie del penitenziario di Abu Ghraib, siamo entrati palesemente in una nuova era, nella quale qualsiasi evento politico degno di nota presenta innanzitutto una formidabile carica estetica, convalidando la preziosa tesi di Walter Benjamin: le immagini sono il campo di battaglia fondamentale dei conflitti nel mondo contemporaneo. La tesi suggerita parte dalla constatazione di un generale “divenire digitale” delle nostre esistenze, per esplorarne i tratti inediti, facendo ricorso al pensiero filosofico, artistico, psicoanalitico e politico, prendendo in considerazione l’opera, tra l’altro, di Barthes, Baudrillard, Bazin, Benjamin, Debord, Deleuze, Fanon, Foucault, Grousin, Lacan, Nietzsche, Žižek; con l’ausilio di alcuni film recenti (Redacted di Brian De Palma e Zero Dark Thirty di Karen Bigelow) e l’ambizione “estetico-politica” di alcune fortunate serie tv (Black Mirror). 

Questo volume è composto da dieci contributi diversi, che rappresentano l’esito di una serie di incontri seminariali svolti tra febbraio e maggio del 2015 al Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne dell’Università di Messina. Il pretesto che diede vita al seminario è un saggio precedente del Professore Pierandrea Amato In Posa. Abu Ghraib 10 anni dopo (Cronopio, Napoli 2014), che a partire dalle tristemente celebri fotografie scattate nel carcere iracheno nel 2004, esplora una serie di questioni legate allo statuto dell’immagine nell’economia delle guerre post-nazionali contemporanee. La tesi da cui il seminario prende le mosse, è che sussiste una particolare connotazione estetica – più precisamente post-estetica – che alimenta al giorno d’oggi la relazione tra immagini e politica, sbilanciata verso la definizione di un unico codice visivo planetario. L’operazione intrapresa intorno alle fotografie di Abu Ghraib risponde all’esigenza di una messa tra parentesi del contesto politico militare, lasciando da parte qualsiasi considerazione etica, per attenersi al mero dato visivo e per trattare le fotografie come un indizio sulla condizione della nostra attualità. Si tratta di leggere Abu Ghraib non come un episodio isolato, ma come il frutto di un regime dell’immagine che si è imposto a livello globale. Gli scatti di Abu Ghraib forse sono tutt’oggi così difficili da guardare, al contrario di tutte le altre immagini di guerra, abusi e torture, perché ci sussurrano in modo sgradevole un analogia sul nostro stile di vita quotidiano, non a caso sono stati considerati da diversi studiosi una sorta di precursori dei selfie.

Matilde Orlando fa riferimento alle analisi di Richard Grusin, che, lasciando da parte ogni considerazione etica, analizzare il mezzo stesso che ha permesso le fotografie: ossia la macchina digitale. L’ipotesi di Grusin è che le fotografie delle torture di Abu Ghraib hanno un effetto così potente sugli spettatori, al di là della brutalità delle scene rappresentate, perché rivelano una continuità sconcertante con le nostre “quotidiane pratiche mediatiche”. Da questo punto di vista, dunque, Grusin sostiene che la medialità delle immagini sia una tecnologia di potere governamentale. Se le immagini in sé sono un mezzo di potere, nelle foto di Abu Ghraib  la fotografia non mostra semplicemente la tortura, ma è essa stessa una pratica di tortura.

Fabio Palumbo concentra la sua analisi sul rapporto tra perversione e immagini, come chiave di lettura delle foto di Abu Ghraib così come, con ricadute diverse sul piano umano e relazionale, della saturazione dell’immaginario nel campo comunicativo al tempo dei social network. L’analisi prosegue con una dettagliata analisi di alcuni testi di Jaques Lacan, che concernono il rapporto tra identità, aggressività e perversione. Un analisi investe anche le nostre pratiche quotidiane di uso e utilizzo social delle immagini, in una sorta di generale “perversione estetica post-moderna” che trasforma il mondo in uno strumento di affermazione dell’io. 

Gaetano Princiotta Cariddi considera le fotografie di Abu Ghraib uno spartiacque globale che ha reso la guerra un fenomeno mediatico. L’analisi inizia spiegando la differenza tra fotografia analogica e digitale e di conseguenza, e si sofferma soprattutto sul rapporto tra fotografia e reale, (tramite i testi di studiosi come Bazin). Il rapporto tra fotografia e reale è poi ricondotto al modo con cui a distanza di dieci anni è possibile confrontarsi con le fotografie di Abu Ghraib. Per questo motivo viene preso come esempio estetico il film di Kathryn Bigelow Zero Dark Thirty che narra della caccia allo sceicco Osama Bin Laden. 

Beatrice La Tella si rifà ai testi sull’Orrorismo di Adriana Cavarero, per condurre un’excursus sulla cultura occidentale, fondata sulla violenza sin dai suoi miti fondativi. Il sorriso dei torturatori del carcere irakeno, viene ricondotto all’alienazione di una coscienza profondamente separata dalla realtà tipica della società dello spettacolo per come viene analizzata da Guy Debord. In quest’orizzonte di perenne consumo ossessivo delle immagini un esempio calzante rappresenta il cinismo del citizen journalism.

Marco Letizia partendo dalle foto di Abu Ghraib si interroga, con Foucault, sulla possibilità di scrivere una “storia dei vinti”. Cosa dire al posto di chi è stato privato di voce? Cosa dire in favore di chi è stato tacciato dal marchio dell’infamia, e dunque, escluso dall’interpretazione dei fatti storici? In quest’ottica la tortura rappresenta uno dei mezzi storicamente utilizzati per umiliare e quindi ridurre al silenzio i vinti o i nemici, di imprimergli il marchio dell’infamia appunto.

Eleonora Corace analizza una forma di de soggettivazione dell’alterità diametralmente opposta alla tortura, ma che pesca dalla stessa volontà di cancellare ogni diversità. Viene, così, analizzato il paradigma vittimario, che nel suo bloccare la vittima alla narrazione di eventi drammatici, le toglie qualsiasi possibilità d’azione. La vittima, in quanto tale, è un soggetto che ha bisogno del nostro aiuto e soprattutto, deve rimanere tale. Una figura della vittima è quella del migrante, che quando non viene direttamente respinto, è tollerato solo se mantiene le caratteristiche tipiche di una vittima inerme: il bisogno continuo di soccorso e la docilità. 

Edvige Galbo partendo dalla domanda se le foto di Abu Ghraib possano rappresentare una degenerazione dell’immaginario rappresentato dalla pop art americana, ripercorre esempi di critici ed autori dell’arte contemporanea nel tentativo di verificare e se il caso decostruire questa ipotesi. Galbo si rifà ai dubbi sollevati da filosofi come Salvoj Zizek e studiosi come Eisenman, per arrivare, attraverso un accenno all’opera di Botero, all’esperimento estetico di Susan Crile, che sbiadendo l’ingombrante e sorridente presenza dei carnefici, riesce a ridare umanità al corpo delle vittime nella sua personale rielaborazione delle foto del carcere irakeno.

Giovanni Barberio intraprende una genealogia delle immagini della tortura nei dispositivi di potere moderni, partendo dall’indagine sul supplizio già effettuata da Foucault in Sorvegliare e Punire. In questo testo, Foucault, infatti, pone le forme di supplizio delle epoche passate in una precisa strategia di potere volta non alla giustizia o alla punizione di un crimine, ma alla conferma del potere stesso che si applica pubblicamente sul corpo del trasgressore. Una spettacolarizzazione del supplizio che può essere riscontrata anche nella rappresentazione dei martiri nell’arte cristiana. 

Marina Pagliaro analizza lo statuto delle immagini tramite contributi di autori come Benjamin, Barthes e Flusser. Tesi fondamentale del contributo è l’universo delle immagini in cui ormai irrimediabilemte abitiamo che comporta un’assuefazione alle immagini stesse, qualsiasi cosa ritraggano. Siamo orientati verso una radicale forma di “omologazione visiva” in cui il vedere diventa una forma di vita senza esperienza. Soprattutto siamo di fronte ad una robotizzazione dei gesti e delle abitudini umane, dovuta al massiccio utilizzo dei mezzi tecnici, fotografia in testa.

Annalisa Pagano esplora il  nesso tra democrazia, sicurezza e paradigma immunitario, appoggiandosi ai testi di diversi autori quali Roberto Esposito Zizek e Nancy. L’analisi prende le mosse dalla convinzione che “ciò che rende possibile la governamentalità neoliberista è l’adattamento del soggetto”. In questo processo la proliferazione delle immagini avrebbe come risultato una sorta di anestetizzazione dei soggetti, appiattiti alla sola volontà di “vedere tutto”, anche le cose più orrende o più oscene. In questo scenario, le immagini di guerra sono il correlato di un potere che fa della guerra infinita il suo punto di forza. 

Nell’appendice del Professore Pierandrea Amato viene messo in evidenza il singolare rapporto tra immagine e reale, e la sua metamorfosi nell’epoca del digitale. Amato fa notare inoltre che il diluvio delle immagini a cui siamo sottoposti ed anche incentivati a produrre, sia direttamente legato alla modalità di potere neoliberale. Le immagini digitali comportano una forma di isolamento permanente che ha nei selfie la sua massima espressione: non esiste altro che noi stessi! Inoltre si fa strada il sospetto che nell’epoca digitale tutto ciò che accade, accade solo per essere fotografato e nella società dell’economia-mondo planetaria vivere, sul piano sia simbolico che materiale, significa abitare un cosmo di relazioni in cui a tirare le file sono le immagini fotografiche digitali. In questo universo, la nostra esistenza si rivela, sia sul piano psichico sia sociale, un’esperienza digitale. 

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