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GIUSEPPE CAMPIONE COMPIE 80 ANNI. AUGURI ALL'EX PRESIDENTE DELLA REGIONE SICILIA

Amelia Crisantino intervista Giuseppe Campione che la prossima domenica 16 agosto festeggia il traguardo degli 80 anni. 



Un compleanno importante come gli ottant’anni diventa l’occasione per una chiacchierata con Giuseppe Campione, protagonista di lungo corso delle cronache siciliane: democristiano che impersona il rinnovamento del partito all’epoca di Lima e Ciancimino, Presidente della Regione nell’anno delle stragi, docente di geografia a Messina che ancora tiene corsi allo Iulm di Milano, intellettuale sempre operoso.

La conversazione di Campione è quasi un flusso di coscienza dove il tema Sicilia risulta sempre centrale, tenuto in piedi da una formidabile memoria dove le riflessioni si accumulano. “La memoria è come se restaurasse i fatti. Fa rivivere gli eventi con l’aggiunta di quello che hai capito”, esordisce lui promettendo ricordi: la coltivazione di un’arte così inattuale nell’epoca dei consumi istantanei permette a Campione di spaziare nei campi più diversi, finché le domande non riescono a mettere le briglie ai pensieri.  

Cominciamo dal rinnovamento democristiano: Agrigento 1983, che accadde?

È il Congresso che mi elegge segretario del partito, mentre Ciancimino rimane fuori e Lima è alle corde. Il regista finale è Sergio Mattarella, nella mia piattaforma parlo di “meritorietà” del consenso: cioè di consenso che bisogna meritare, anche se in Sicilia il partito non si era mai mosso in quest’ottica.

Che reazioni ci furono?

Su "L’Ora" venne scritto che era un imbellettamento, che prestavo la mia faccia a un’operazione dal fiato corto. Col senno di poi non avevano tutti i torti. Presto mi accorsi di essere un segretario senza potere, che le cordate si ricompattavano. Nell’85 De Mita, in preda a logiche meramente gestuali impone un suo piano improvvisato, solo velleitario, alle europee: viene logicamente sconfitto e fa l’accordo con Lima. Gli regalerà un segretario capace di identificarsi con le “ragioni” vincenti della vecchia Dc.

Come matura la sua decisione di aderire alla Democrazia Cristiana?

In maniera spontanea, oserei dire inconsapevole. Ero un ragazzo cresciuto dentro l’associazionismo cattolico, che aveva studiato dai Gesuiti. Un giorno un amico mi chiede di prendere il suo posto per un congresso a Bari. Doveva partire per finalmente laurearsi, dice “solo tu puoi sostituirmi”. 

Basta così poco?

Sì. Mi fanno la tessera, dall’oggi al domani divento vice delegato dei giovani Dc di Messina. Partecipo, qualcuno mi nota, in breve sarò capo degli universitari italiani che lavoravano con la Fuci, anche all’Unuri. Poi sarò il responsabile giovanile in Sicilia. Senza accorgermene sono diventato un democristiano in carriera. 

Quindi nessuna scelta di campo?

Diciamo che vengo scelto e andrà avanti sempre così. Quando si presenta un’emergenza mi scelgono, mi riconoscono delle doti e io mi lascio scegliere. Un po’ per vanità e un po’ perché mi immedesimo, la politica dà l’illusione di potere cambiare le cose.


Lei è stato uno dei protagonisti di un periodo drammatico: come avvenne la designazione a Presidente della Regione nel 1992, l’anno delle stragi?

Non lo so nemmeno io. Nel giugno 1992, a un mese dalla morte di Falcone, ero angosciato come tanti. Ero stato Presidente della Commissione Antimafia Regionale e avevo incontrato spesso Falcone, avevamo anche fatto lezioni assieme. Tenevo un congresso di geografi a Palermo, mi invitarono a parlare e a lungo ricordai le tante occasioni in cui avevamo collaborato. Mi chiesi, come Vittorini sul Politecnico, a cosa fosse servito il nostro far cultura, in fondo anche noi eravamo chierici che avevano tradito. Tornando a Messina ebbi la notizia che era stato fatto il mio nome per la Presidenza. 

Come ha vissuto quell’enorme responsabilità?

Sergio Mattarella lavorava in regia, era lo stesso schema del Congresso di Agrigento con la differenza che mancava Lima, il quale non era riuscito a influenzare l’esito del maxi processo e Andreotti lo aveva abbandonato al braccio secolare della mafia. Scrivemmo la legge sull’elezione diretta dei sindaci: si aprì una nuova stagione politica anche in campo nazionale, ai partiti venne tolto il potere di designare i sindaci, era, almeno questo, finalmente un nuovo inizio.


Nel suo governo c’erano per la prima volta gli ex comunisti, ancora un risultato della regia di Mattarella?

Mattarella aveva ben altra credibilità dei vertici del mio partito ormai cristiano solo in franchising e poi c’era la lezione di Moro e Pier Santi. Per la prima volta fu possibile determinare un’iniziativa congiunta della sinistra cattolica e dei post comunisti. Il mio vicepresidente era Gianni Parisi, già dirigente del Pci. Fui io a nominarlo direttamente in aula, nel mio secondo governo, e non sentii il bisogno di chiederlo al suo partito. Quella volta comunicai prima del voto gli assessori e i loro incarichi, senza trattare, senza metodo Cencelli, i deputati accettarono perché temevano che si sciogliesse l’assemblea.

A parte le leggi importanti, un gesto molto significativo fu la pubblicazione dell’Appello ai Siciliani

Fu discusso e poi scritto con Michele Perriera - Vincenzo Consolo era troppo sconvolto e non se la sentì di darci una mano - la notte del 19 luglio 1992, la notte della strage di Borsellino e della sua scorta. Il governo era stato eletto da pochi giorni e l’Appello, pubblicato sui giornali nazionali e diffuso in tutti i paesi siciliani, era il segnale per una nuova Resistenza. Quasi a volere innescare un processo di cambiamento in prima persona, senza vittimismi né lamenti. L’opposizione alla mafia come diritto a una vita libera per tutti i siciliani.

Che giudizio dà oggi dell’istituto regionale?

Lo Statuto venne strappato a De Gasperi ed elaborato ben al riparo dal vento del nord: cioè al riparo dal dibattito costituente dove si esprimeva il meglio dell’Italia di allora. Un’autonomia esagerata che ha lasciato crescere i caratteri più deleteri della Sicilia. E ricordo Giuseppe Dossetti che, negli anni ‘50, osservando come fosse la Sicilia a reggere le peggiori maggioranze romane, pubblicava allarmi inascoltati e metteva in guardia. Ancora Sciascia non aveva scritto che la linea della palma saliva ogni anno un po’, ma l’idea era la stessa.

È sempre un problema di classi dirigenti. Le denunce dei vecchi meridionalisti sono ancora vere. In fondo lo dice in questi giorni anche la Svimez.

Il vero dramma della Sicilia è proprio questo, le classi dirigenti che non sono all’altezza del loro ruolo. Anche la sinistra, da una parte era politicamente intransigente, aveva molti martiri anche dalla sua, dall’altra, certo non tutta, magari di notte, civettava col potere. Figurarsi i socialisti che bivaccavano nel potere, a parte i teorici del Progetto e gli intellettuali di Mondo Operaio, come li abbiamo studiati e come ne scrive Santi Fedele. I sindacati? Talvolta gridavano, più spesso a corto di cultura del lavoro, vivevano di pubblico impiego, coltivandone  comodi percorsi parassitari, clientelari, comunque funzionali ai traffici delle satrapie assessoriali. Per il resto trafficavano speranze, costruivano consapevolmente processi formativi senza alcuna possibilità occupazionale, distribuendo salari della paura o della sottomissione senza diritti… nella mistificazione di necessaria pace sociale e di pratiche di pseudo welfare: in realtà consentivano lunga tranquilla durata a inveterati gratificanti saprofitismi con rendite milionarie, come descritti dal terzo comma del 416 bis. La recente vicenda messinese sembrerebbe disvelarne meccanismi sapienti.

Da ex Presidente, qual è il suo giudizio su Crocetta?

Mah, nell'assenza dei partiti, con il Pd allo sbando, questa volta incapace persino di configurare candidature deboli, l’apparizione di Crocetta che a Gela, - simbolo emblematico, allucinante di mancato sviluppo, nonostante investimenti miliardari,  di degrado paesaggistico e di decomposizione comunitaria, tra corruzione e mafie - aveva operato al meglio delle possibilità, sembrò una candidatura da accettare… Vinse, anche se con un’astensione al 50 per cento… dopo un inizio euforizzante cominciò a fare acqua da tutte le parti giocando con tutti, in un assemblea balcanizzata, in un processo di degrado propositivo e funzionale senza né capo e né coda. L’altro giorno scrivevo su questo stesso giornale che era difficile rintracciare “metodo in questa follia”.


Questo il testo integrale che è apparso, logicamente ridotto, in Repubblica Palermo dell’11/7/2015 con il titolo Gli 80 anni di Campione “Io, Lima e Mattarella” a firma della scrittrice, giornalista, storica e docente di Lettere, Amelia Crisantino. Socia del Centro siciliano di documentazione “Giuseppe Impastato”, la Crisantino ha pubblicato i saggi: Fiabe siciliane. Dalla raccolta di Giuseppe Pitrè (Di Girolamo, 2013), Breve storia della Sicilia (Di Girolamo, 2012), Della segreta e operosa associazione. Una setta all’origine della mafia (Sellerio, 2000), Capire la mafia (La Luna, 1994), Ho trovato l’occidente. Storie di donne immigrate a Palermo (La Luna, 1993), La città spugna. Palermo nella ricerca sociologica (CSD Impastato, 1990). Nel 1990 ha esordito anche nella narrativa, avendo vinto il premio Arcidonna, con il romanzo Cercando Palermo, presentato a Roma dal magistrato Giovanni Falcone.


A.D.P.



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1 Commenti
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  1. Uomo di alta ed estesa cultura umanistica e politica, protagonista di primo piano della politica regionale fino all' approdo nel Pd degli eredi della DC, Pd in cui si riconosce seppure con senso critico ed autonomo.
    Punto di riferimento per tanti giovani studiosi, non disdegna la partecipazione a manifestazioni di carattere culturale. Giuseppe Campione è un intellettuale completo, una voce autorevole nella società messinese e siciliana, un testimone del passato ed una guida per il futuro, Auguri Professore !

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