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giovedì 8 gennaio 2015

TRA LACRIME E CANZONI L'ADDIO A PINO DANIELE MA LA SUA MUSICA NON MORIRA' MAI

Si è svolto ieri sera nella Piazza del Plebiscito a Napoli il secondo funerale del cantautore e musicista Pino Daniele.



Dopo il primo funerale celebrato ieri nella tarda mattinata a Roma, anche Napoli ha potuto abbracciare per l'ultima volta Pino Daniele scomparso lo scorso 5 gennaio. Negli anni '80 in Piazza del Plebiscito l'artista partenopeo si esibì in un concerto che ne decretò il meritato successo e ieri, vedere sul palco la sua bara, mi ha fatto uno strano effetto.... Ho immaginato come potesse essere per i napoletani che erano lì e quali emozioni li attraversavano e la risposta l'ho trovata nei loro occhi lucidi mentre cantavano le canzoni di Pino e gli tributavano l'ultimo lungo applauso. 


Di seguito pubblico alcuni stralci di un'intervista di Carlo Muscatello pubblicata su Il Piccolo nel 2008, mentre Pino Daniele era in tour a Trieste e dove racconta entusiasta del ritorno alla sua band originaria con la quale, per ironia del destino, è iniziata e finita la sua carriera ma non la sua musica che non morirà mai. 

«Trent’anni di musica mi hanno portato a esplorare i suoni e le culture dei tanti paesi che si affacciano sul Mediterraneo, dall’Africa al Medio Oriente. Ma a un certo punto mi è tornata la voglia di raccontare al pubblico la mia storia musicale sin dalle origini. Che ne so, sarà stata la nostalgia per le atmosfere, i suoni, se vuoi anche le speranze di allora».

Così ha alzato il telefono e...
«Sì, ho chiamato i vecchi amici musicisti che hanno condiviso con me quel percorso iniziale: da James Senese a Tony Esposito, da Tullio De Piscopo a Rino Zurzolo, da Joe Amoruso a tutti gli altri. Non c’è stato bisogno di tante parole. Abbiamo ricominciato a suonare assieme e la magia si è ricreata come per incanto. Davvero. È così che sono nati prima il disco e poi lo spettacolo che ora stiamo portando in tournèe. È stata una scommessa con me stesso, volevo vedere se la musica serve ancora a qualcosa».

Sembra tutto molto bello e facile.
«Lo è stato. L'unico rimpianto che ho è quello di non aver fatto prima questa operazione, ma non era facile conciliare gli impegni di tutti. Questi musicisti rappresentano una parte importante della mia vita e non solo musicalmente parlando. Siamo uniti dalla comune passione per la melodia napoletana, quando stiamo assieme parliamo napoletano e oggi facciamo le cose con più serenità, quando eravamo giovani eravamo più irruenti rispetto al lavoro. Rimettere insieme le mie band storiche vuol dire anche tentare di riportare la gente a sintonizzarsi sul Sud, del quale si dà solo un'immagine drammatica».

Che non è solo quella della monnezza a Napoli.
«No, il degrado è più generale. E mi sconcerta in quanto cittadino. Io sono un musicista, non ho soluzioni in tasca, ma non riesco a tacere di fronte allo scempio dei cumuli di rifiuti che soffocano una terra bellissima. E poi i giornali e i tg di tutto il mondo che hanno rilanciato questa immagine, il balletto di responsabilità di chi governa, la malavita organizzata che ci mangia sopra».

Lei una volta ha detto: sono cresciuto in mezzo alla camorra.
«E' vero. Da ragazzo ne ho viste di tutti i colori. Posso dire che la musica mi ha salvato la vita. Napoli è avvolta da quel grande cancro che è la camorra, dipende come buona parte del Sud da un vero e proprio contropotere che si chiama criminalità organizzata. Ma l’emergenza Napoli è l’emergenza Italia, un Paese in cui non si ha più fiducia nelle istituzioni, troppo vecchie e lontane dalla gente».

La rinascita da dove può partire?
«Dalla scuola, dalla comunicazione, dall’informazione, dalla cultura, magari da internet. Napoli e tutto il Sud devono uscire da una mentalità che per decenni è stata come una pesante zavorra. È necessaria una collaborazione con lo Stato, con le istituzioni. Bisogna far vedere ai ragazzi, sin da giovani, che esiste un’alternativa nella legalità».

Anche per il problema dei rifiuti.
«Certo, è chiaro che una grande città produce grandi quantità di rifiuti: il problema è allora capire dove e come smaltirli. Cominciando nelle scuole, già negli asili, a spiegare la raccolta differenziata. Le nuove generazioni vanno educate al riciclo, a un consumo meno forsennato e più eco-compatibile. Solo così potremo mettere fuori gioco chi ha lucrato su un’emergenza infinita».

Vede segnali in questo senso?
«C’è un lungo lavoro da fare, sarà un percorso lungo. Ma alcuni segnali ci sono, in tutto il Sud, proprio sul fronte della legalità. La speranza come sempre sono le giovani generazioni, che si stanno finalmente rendendo conto che questa situazione non può andare avanti. E che le alternative sono possibili».

Lei si sente «portatore sano di napoletanità». Che significa?
«Significa essere consapevoli della storia che abbiamo, della cultura di cui siamo figli. Prendere la parte buona e buttar via quella cattiva. Napoli se vuole può essere tante cose positive: bellezza, pace, serenità. E dove c’è l’arte ci sono tutte queste cose». 

Torniamo alla musica, allora. Questo tour è partito ovviamente da Napoli, da Piazza del Plebiscito...
«Beh, stavolta non potevo che partire da casa. A Napoli io ho suonato in tanti posti. Ma la cornice di quella piazza è unica, sarà per il ricordo dei duecentomila che accorsero per quel mio storico concerto del 1981. Anche quest’anno è stato un ottimo esordio del tour, è andato tutto molto bene, sono venuti molti amici artisti a trovarmi». 

Il pubblico ha applaudito tutti, meno Gigi D’Alessio...
«Quei fischi non mi sono piaciuti. Gigi è una parte di Napoli e la sua musica va rispettata. Se ha tanto successo, e non soltanto a Napoli, ci saranno pure dei motivi. Anche le mie passate contrapposizione con lui sono state create da altri. Non posso dire che non siano mai esistite, ma di certo sono state ingigantite ad arte».

A Trieste che cosa propone?
«Facciamo un concerto che è la storia della mia carriera. Dalle origini ai giorni nostri. Dalle prime canzoni che stavano nel mio album d’esordio, ”Terra mia”, uscito nel ’77, fino alla produzione più recente. E lo faccio, come dicevo, assieme ai musicisti che hanno condiviso con me me questi trent’anni di storia personale e musicale. Sarà una grande festa della musica...».

Una festa che non finirà mai! Ciao Pino, la tua arte resterà in eterno e le note della tua musica, quella musica "che ti ha salvato la vita" e alla quale hai dedicato la tua esistenza e tante canzoni come "Musica musica" dove canti "per la musica musica, quanto ho pianto non lo so, ma la musica musica, è tutto quel che ho", ci accompagneranno e si tramanderanno alle nuove generazioni. 







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