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mercoledì 19 novembre 2014

LEZIONE-INTERVISTA SU “VOI NON SIETE QUI” PER GUGLIELMO PISPISA

All'ex facoltà di Lettere raffica di domande e considerazioni sul romanzo "Voi non siete qui" di Guglielmo Pispisa nell'incontro organizzato dal professor Fabio Rossi con docenti e studenti.



Punti interrogativi, dubbi, considerazioni che scavano a fondo nel tessuto linguistico e stilistico del romanzo "Voi non siete qui" (Il Saggiatore, 2014) ieri pomeriggio per lo scrittore messinese Guglielmo Pispisa, ospite nella Sala Mostre del Dipartimento di Civiltà Antiche e Moderne dell’Università di Messina dell'incontro conclusivo del corso di “Metodologia della ricerca linguistica italiana” tenuto dal professor Fabio Rossi. D'altronde il titolo – “Nell’officina linguistica di un romanziere contemporaneo” – e i protagonisti, gli studenti del corso di laurea in Metodi e linguaggi del giornalismo, insieme ai docenti dell'ex facoltà di Lettere, lasciavano presagire una lezione-intervista dagli innumerevoli spunti. 

Tanto più che per Guglielmo Pispisa si è trattato in qualche modo di un ritorno sul "luogo del delitto". E' qui infatti che ha conseguito il dottorato di ricerca in “Forme della rappresentazione letteraria” e ha insegnato nel corso di Laboratorio di scrittura di Lingua Italiana ai ragazzi di Giornalismo. Ed è proprio da loro che arrivano le domande che non ti aspetti, dopo la presentazione e i quesiti affidati ai professori Carmelo Scavuzzo, ordinario di Storia della lingua italiana, e Fabio Rossi, l'organizzatore dell'incontro, associato di Linguistica italiana.

Si parte dalla questione della lingua letteraria, “che forse non esiste più – sottolinea in apertura il professor Scavuzzo – ma per gli scrittori rimane una questione aperta e il dialetto soccorre poco, se non nel caso del teatro e della poesia”. Un assist per entrare nel vivo della prima questione: i termini dialettali che puntellano qualche pagina di “Voi non siete qui”, e i problemi di registro e di contesto che vanno risolti nella scrittura di dialoghi credibili e brillanti, la prova più ardua per gli scrittori contemporanei, “un gioco, una sfida molto affine al mio modo di fare” per Pispisa, che si guarda bene dal cadere nella trappola del linguaggio innaturale e della disattenzione linguistica: “Per me lo scrittore è un po' come il ballerino, il suo sforzo non si deve vedere. Inoltre, citando l'autore americano Tom Robbins, uno scrittore ha libertà assoluta davanti alla pagina bianca ma non può permettersi di usare una lingua sciatta. In questo senso 'Voi non siete qui' è paradossalmente il mio romanzo più letterario, perché è quello in cui ho cercato di riprodurre una lingua più simile al parlato. Ed essendo ambientato a Messina è naturale che ci sia anche qualche termine dialettale. Se poi lastime diventa per un lettore milanese last time, episodio realmente successo, la cosa non può che far sorridere”.

Ma al di là di questo e di un'altra decina di lemmi (picciriddazzo, buddaci, minne etc...) la scrittura di Pispisa, sottolinea Rossi, non risente né dell'effetto Camilleri né dell'effetto Agnello Hornby: nessuna sicilianità esibita, nessun ricorso al pittoresco, niente di quel “cous cous di sicilianità che piace tanto allo straniero”. Semmai un tocco di glocal.

“La verità è che non mi sono mai posto il problema di scrivere da siciliano, forse anche per una questione anagrafica o culturale. Faccio parte di una generazione che non è cresciuta ascoltando il “cunto” dei nonni ma guardando Goldrake, come i coetanei di Tokyo e San Francisco. Se di sicilianità si può parlare nella narrativa contemporanea isolana – conclude Pispisa – forse più che alla lingua è imputabile all'ironia, che a mio avviso è l'arma di chi subisce. Poi certamente a smarcarmi dallo stereotipo mi ha aiutato il fatto che il romanzo fosse ambientato a Messina, la meno siciliana tra le città siciliane”.

Una certezza dell'autore che si scontra con una domanda acuta da parte di una studentessa: “Perché gli unici due dialoghi interamente in siciliano in 'Voi non siete qui' coinvolgono due personaggi antipatici? C'è un uso in qualche modo negativo del dialetto?”. E la risposta dello scrittore, inchiodato alle sue stesse scelte stilistiche, è un po' una messa a nudo: “Se c'è è inconscio e se così fosse allora forse c'è qualcosa di irrisolto nell'autore”.

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