MESSINA SCENDE IN PIAZZA IN DIFESA DELL'ARTICOLO 18 - MAGAZINE PAUSA CAFFE'

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MESSINA SCENDE IN PIAZZA IN DIFESA DELL'ARTICOLO 18

MESSINA SCENDE IN PIAZZA IN DIFESA DELL'ARTICOLO 18

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L'OR.S.A. Sicilia comunica che il 24 ottobre, alle ore 9:30, in seguito allo sciopero generale proclamato dal sindacato a livello nazionale, ci sarà un sit-in dei lavoratori davanti alla Prefettura di Messina, in difesa dell'art.18. 



Qui di seguito la nota integrale:

"L’art. 18 della legge del 20 maggio 1970 ( denominata Statuto dei Diritti dei Lavoratori), recita: “ il Giudice con sentenza dichiara inefficace il licenziamento o annulla il licenziamento intimato senza giusta causa o giustificato motivo ed ordina al datore di lavoro di stabilimento che occupa più di 15 dipendenti di reintegrare il lavoratore nel posto di lavoro…” .

Di contro i Contratti Nazionali di Lavoro, stabiliscono che tutti i lavoratori possono essere licenziati per mancanze disciplinari, in base alle leggi esistenti, per cause economiche a seguito di ristrutturazione aziendale, per calo di produzione, motivi tecnici o organizzativi… i CCNL e le leggi Italiane non impediscono a nessun datore di lavoro di licenziare se esiste un plausibile motivo, allora perché il Governo Renzi insiste per abolire l’art. 18? 

Occorre dire con chiarezza che l’abolizione dell’art. 18 è tesa a dissacrare l’ultimo baluardo di giustizia ed equità per dare la possibilità ai datori di lavoro di licenziare il lavoratore/lavoratrice, discriminandoli. L’obiettivo reale è politico, tentano di stravincere una volta per tutte la lotta di classe contro il mondo del lavoro autorizzando l’impresa a licenziare il dissenso, la contrapposizione, lo sciopero per la difesa dei diritti. 

L’obiettivo del liberista Renzi è ambizioso: cancellare definitivamente l’idea e soprattutto la pratica che i lavoratori siano un soggetto che può far valere i propri diritti in modo collettivo, deve solo restare la contrattazione individuale (che naturalmente è “libera, democratica, meritocratica, dinamica”, ecc. ecc.) tra aziende pronte a tutto e lavoratori frantumati e atomizzati con alle spalle un esercito di tre milioni di disoccupati che preme. 

Questa offensiva concentrica può riuscire perché da anni la burocrazia del sindacato confederale presidia un proprio presunto ruolo sociale di mediazione che ormai da tempo ha perso ogni base materiale. Camminano su una crosta sottile, al di sotto della quale c’è una voragine, o meglio un vulcano che prepara l’eruzione. Da anni ormai la contrattazione sindacale, nazionale o aziendale produce solo arretramenti; peggio ancora sono andate le cose sul piano legislativo, nel rapporto coi vari governi che tra articolo 18, articolo 8, riforma Fornero, hanno passeggiato fra le macerie senza che dai dirigenti sindacali venisse uno straccio di reazione. 

La dimensione tutt’ora imponente dell’apparato burocratico del sindacalismo “tradizionale” può creare una illusione ottica ma un apparato che ha perso gran parte della sua legittimazione agli occhi dei lavoratori e che per decenni ha cercato la propria legittimità nelle controparti, governo e padronato, può essere facilmente scaricato. il Governo parte dal falso presupposto, indimostrato ed indimostrabile, che l’abrogazione del diritto alla reintegrazione del lavoratore licenziato senza giusta causa porterebbe come conseguenza un rilancio dell’occupazione; la tesi non viene supportata da alcun dato scientifico ed è, viceversa, smentita da quanto avvenuto dopo l’entrata in vigore della legge Fornero che ha drasticamente ridotto le possibilità di applicazione della reintegra del lavoratore licenziato: nessun incremento di occupazione si è avuto, infatti, dal 2012, anzi! 

Non si comprende perché una norma, in vigore dal 1970, che ha consentito momenti di sviluppo industriale ed economico dell’Italia, sia improvvisamente divenuta la causa dei mancati investimenti da parte dell’imprenditoria, italiana ed internazionale. E’ chiaro l’intento ideologico e strumentale di Renzi volto ad innescare la nota guerra fra poveri, utile a distrarre le masse e indebolire il sindacato nella fase in cui il governo si appresta a varare riforme impopolari con l’appoggio delle frange ultraliberiste che in cambio riceveranno il trofeo sempre agognato e mai raggiunto: la totale abolizione dei diritti dei lavoratori. 

Quale economia può considerarsi competitiva sui mercati internazionali? Quella fondata sulla eliminazione dei diritti basilari come lo sciopero, il diritto del lavoro in sicurezza, il diritto a non essere discriminati, ad avere un lavoro giustamente retribuito? Oppure una competitività fondata su investimenti qualitativi sugli impianti e sui prodotti che punta anche alla formazione e valorizzazione dei propri dipendenti? E’ quindi evidente che la scelta dei Governi, da Monti a Renzi come in precedenza quella del governo di Berlusconi, è di continuare a puntare ad uno sviluppo effimero, riducendo diritti, salari, pensioni, convinti che con questa tattica si possa competere con Paesi (come la Germania) che, invece, gli investimenti innovativi li realizzano veramente. 

Il premier Renzi si dice pronto a modificare radicalmente l’articolo 18, ma lo stesso presidente del Consiglio appena due anni e mezzo fa, quando era solo sindaco di Firenze, aveva manifestato idee diametralmente opposte a quelle che lo stanno portando allo scontro con il mondo del lavoro. Ospite di Michele Santoro, a Servizio Pubblico (La7) nell’aprile del 2012 dichiarava: “L’articolo 18 non è un problema... non c’è un imprenditore che ponga l’articolo 18 come un problema, perché, mi dicono, c’è un problema di burocrazia, di tasse, di giustizia, non dell’articolo 18”. 

Oggi da premier ha esigenze diverse, deve mostrare il capo chino al diktat dell’Europa, alle esigenze della B.C.E., dimostrare di essere in grado di contenere il dissenso mentre costringe i lavoratori, ancora una volta, a scontare il fio di un debito che altri hanno creato. E’ quindi evidente che la scelta di abolire l’art. 18 ha una componente classista reazionaria, se Renzi raggiungesse il dichiarato obiettivo imprimerebbe al nostro Paese un ritorno a un triste passato che richiama alla memoria dinamiche di caporalato. 

Oggi si tenta un colpo ancora più ambizioso: si giustifica l’abrogazione della reintegrazione dietro lo schermo della disuguaglianza tra cittadini di serie A, assistiti dall’art. 18, e cittadini di serie B, non tutelati da quella norma, addossando, così, la responsabilità di detta disparità di trattamento all’assenza di iniziativa da parte delle organizzazioni sindacali, tese esclusivamente a difendere i lavoratori già maggiormente tutelati. Così facendo, si cerca di chiudere la bocca al Sindacato che non avrebbe legittimazione ad intervenire sul tema perché, se lo facesse, sarebbe immediatamente tacciato di bieco conservatorismo. 

Sarebbe il caso di lasciare che lavino i loro panni sporchi in famiglia se non fosse per un particolare: il governo attacca il sindacato confederale ma il conto lo pagano i lavoratori, i precari, gli studenti, i disoccupati, i pensionati. A meno che non vogliamo credere che con 80 euro dati con una mano mentre con l’altra ne hanno tolto il doppio abbiamo risolto i nostri problemi. Il governo punta a far approvare l’infausta iniziativa attraverso decreto legge che, come ha più volte affermato il presidente Napolitano, è applicabile solo per i casi di estrema necessità ed urgenza, si spera che il Presidente della Repubblica resti coerente con se stesso anche nel caso in cui si attaccano i diritti dei lavoratori con motivazioni ideologiche ove non si riscontrano i canoni minimi per utilizzare lo strumento del decreto. 

L’obiettivo del sindacato di base deve essere quello di rilanciare il conflitto, rispondere a Renzi che il vero cambiamento passa dall’estendere l’articolo 18 a tutti i lavoratori, non toglierlo a chi già ne gode per fare apparire l’ingiustizia accettabile perché equamente ripartita. Dare risposta a questo problema è il compito centrale che ci poniamo: lavorare a costruire nel nostro paese un sindacato dei lavoratori, che organizzi innanzitutto i settori più coscienti e combattivi e che alzi finalmente la bandiera dei nostri interessi, distinti e contrapposti da quelli difesi da altre organizzazioni che hanno smesso di lottare e recitano le commedie sociali. Un sindacato così non si improvvisa, né può essere proclamato da poche centinaia di attivisti ma è possibile e necessario aprire la strada alla sua creazione, intervenendo nelle mobilitazioni, lottando per la chiarificazione politica, aggregando quei militanti che già oggi capiscono la necessità di questa battaglia e, infine, sfidando quei dirigenti e quelle organizzazioni oggi esistenti a porsi su questo terreno".



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