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venerdì 2 maggio 2014

LA CHIESA E MESSINA


Questo incontro del Cortile dei Gentili di aprile vuole, ci dice il nostro direttore Sergio Todesco, interrogarsi sulle radici del messaggio di Gesù stimolati dalla straordinaria testimonianza offerta dal papa. Un messaggio per la nostra storia che passa attraverso un cammino faticoso e problematico della Chiesa. Un cammino in libertà dove, in mezzo a tanto pensare, si riscontra un anelito verso la promozione della dignità della persona umana, che è un lascito del Padre. Siamo noi, in tutta libertà, a dover raccogliere l’invito di san Paolo a rivestirci del Cristo per conferire nuovi significati al mondo di oggi, per essere pronti a intravedere, come dice l’Apocalisse, cieli nuovi e terra nuova.

Così anche a Messina. Una Messina da vivere senza evitarla, senza chiudere gli occhi di fronte ad una realtà che non solo noi, ma anche tanta cronaca, storia, letteratura, ha spesso considerato soprattutto come realtà di cui lamentarsi. Ricordiamo assieme, ad esempio, proprio all’inizio delle Conversazioni in Sicilia di Vittorini, i sicilianuzzi sul ferribbotte, tutti vestiti di nero, anche i volti anneriti dal sole, dissugati, i denti rosi dal troppo succo di agrumi. Tra di loro una donna, anche lei, tutta in nero che guarda le colline che degradano sul mare, dice “Messina”, e sembrò quasi un lamento. Si può invece pensare a un diverso possibile.

Alcuni mesi fa, parlando di “Bibbia sulle strade dell’uomo”, a proposito di beatitudini, si citava Martin Luther King, e si riandava addirittura a Gandhi che innalzava l’etica dell’amore di Gesù “al di sopra dei rapporti individuali e la trasformava in una forza sociale su larga scala potente ed efficace…per operare mutamenti sociali collettivi”. Questo il tema si spingerà in avanti, quasi profetizzando il Concilio, con Capitini, monsignor Bettazzi, don Primo Mazzolari, don Milani, padre Turoldo, padre Balducci, don Tonino Bello. L’altra sera, qui a Messina abbiamo ascoltato Frei Betto, che aveva sofferto, durante la dittatura militare del suo paese, carcere e torture, e abbiamo con lui meditato sulla sua storia personale, certo una vita-preghiera, sul cammino, sul pensiero unico che ci hanno portato ad un mondo post-umano: da qui la necessità di una riconversione, di un cammino di condivisione con i poveri e con gli oppressi.  Lo abbiamo ascoltato il giorno dopo il suo incontro con papa Francesco, il giorno dopo dell’inizio di una loro positiva riflessione su Giordano Bruno.

La testimonianza della sua discesa all’inferno negli anni trascorsi ci ha fatto entrare ancora una volta nel mistero della barbarie degli uomini, anche della nostra, spesso dimentichi che avremmo dovuto essere portatori di azioni che non torturassero, ma che proponessero diritti umani e indicassero a noi, che viviamo questa storia, il dovere di diventare sempre e comunque portatori dell’alito divino della dignità. Senza un’ignoranza ostentata, quasi a copertura di una condanna senza apprezzabili barlumi di carità da parte della cattedra romana. Certo in misura diversa era successo da noi con Don Milani, che aveva osato leggere nel cuore dei suoi ragazzi, delle loro famiglie confutando l’obbligo di considerare l’obbedienza come comunque virtù. E affermando il dovere di interessarsi, di capire, di aiutare a capire.  E in questi giorni di riabilitazione di Esperienze pastorali non è un caso che una teologa scriva: non è la Chiesa a riabilitare Don Milani quanto don Milani a riabilitare la verità del suo modo di sentire l’Ecclesia. E torniamo al teologo della liberazione.

Un Dio, nel Credo di Frei Betto, che si fa sacramento nell’amore…”che si fa rifrazione nella storia umana e che riscatta tutte le vittime di tutti i poteri capaci di far soffrire gli altri...che si infastidisce dei nostri sermoni moralisti…che entra in silenzio sul palcoscenico del cuore…di tutti, credenti e atei, di quelli che si credono salvati e che si credono figli della perdizione…nello specchio dell’anima che ci fa vedere gli altri che pensiamo diversi dal nostro io”. Un Gesù che non fonda una chiesa, ma che fonda un modo di vivere insieme nell’amore. Per questo dobbiamo spingerci ad una lotta incessante contro la cultura che diviene sostanza del pensiero unico della disumanizzazione. Perché no, e che anche nel nostro assoluto terrestre avrebbe dovuto considerare il tema della salvezza umana non solo come mera ipotesi. Ci diceva Frei Betto: “se si riducesse il Vangelo in un insieme di prescrizioni, forse, come certamente lo siamo di continuo, saremmo soltanto passivi e pieni di vaghe speranze. Non abbiamo in mano una dottrina e una teoria, ma l’Incarnazione. Ce lo aveva detto anche Cacciari: un’incarnazione non può non essere una presenza… la presenza dev’essere percepita… deve darci una sensazione di fisicità. Quando ad esempio Gesù afferma “il Regno di Dio si realizza dentro di voi” dice qualcosa di sconvolgente…dove il tempo di questa presenza diventa il tempo pieno della contestualità del tutto. Per questo il terreno del nostro incontro ha sempre a che vedere con la contemporaneità, con la presenza attuale…dobbiamo cioè metterci in mezzo. Superando la scarsa conoscenza della nostra religione e senza spalancarci sugli abissi dell’ignoranza di quella degli altri. Anche per noi è doveroso dire “Yes we can”.

Ma come non pensare che per un tempo enorme questa nostra Chiesa, nel suo potere temporale, addirittura per secoli, se non oltre un millennio, l’abbiamo deformata e, mettendo da parte il tema dell’Incarnazione, ci siamo guastati, dimenticando l’imperativo di lavorare per realizzare un quadro di sviluppo fatto di solidarietà e libertà, nel rispetto della dignità degli uomini, in una nuova civiltà dell’amore??? E invece ci siamo incatramati nelle ‘strutture di peccato’ che non possiamo non applicare alla situazione del mondo contemporaneo, dappertutto quindi, anche a Messina.

Così un papa, Giovanni Paolo II, introduceva questa terminologia, propria di altre culture, addirittura in un’ enciclica, la Sollicitudo rei socialis, definendo la natura del male morale come frutto appunto di uno storicismo che ci fa leggere composite e interrelate ‘strutture di peccato’. Con papa Francesco riprendiamo adesso i modi per recepire di nuovo quel Concilio che in larga misura si è andato ripiegando su se stesso, sciupando un eccezionale moto di attese e quindi tenta un’autentica occasione storica. Negli anni, come era successo altre volte, anche nei fatti avevamo convenuto che Dio non poteva fare a meno, anzi, che aveva bisogno di Cesare.

Sergio Quinzio, riprendendo in qualche modo la tesi del grande inquisitore di Dostoevskij, ci diceva per questo,  in un incontro al “Suor Angela Benincasa”, che per dare alla comunità cristiana la possibilità di esistere, la Chiesa aveva finito per lasciare Cristo inchiodato sulla croce e a utilizzarlo come importante marchio di fabbrica, un brand, per ricavarne valori aggiunti e anche contraddittori. Aggiungeva: “sembriamo voler vivere un momento di cattolicesimo trionfante, e invece abbiamo finito col vivere in un mondo dove il cattolicesimo è in agonia e dove solo a parole si fa carico del dolore degli uomini, mentre tutela lo status quo l’appartenenza, nelle sue ragioni profonde”.

Ed è anche per questo che ricordo un rapporto lontanissimo, io giovane, negli anni ‘50, con un presidente di quella gioventù cattolica qui, in questo nostro stesso luogo di via I settembre, un giovane medico, Mario Rossi, al tempo in cui eravamo spinti ad essere sempre pronti, come “un esercito all’altare”,  alla chiamata, ad un “cenno” della “voce” romana. Quel presidente avrebbe scritto che nella Chiesa, anche lui anticipando lo spirito del Concilio, è come se ci fossero diversi orientamenti. “Un orientamento teocratico-violento e coercitivo, con punte estreme di delirio, uno moderato-liberale tutto sommato riformista ma anche politicamente utilizzatore di qualunque spazio disponibile, infine uno rivoluzionario-evangelico-coscienziale”. Ecco io vorrei rifarmi a quel Mario Rossi, che forse anche per questo fu estromesso dalla presidenza, quel libro meraviglioso che ancora oggi leggiamo come disatteso viatico: “La terra dei vivi”, anche per dissotterrare il Concilio, per cogliere lo spessore di una rivoluzione conciliare che, come oggi Papa Francesco, non era interessata al mercato tra trionfi e potere e non credeva nei giorni dell’onnipotenza. Ma parlava di gioie, speranze, tristezze, angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto, di tutti coloro che soffrono… Allora il richiamarci ad un cattolicesimo ingolfato (una sorta di entropia religiosa) deve andare indietro verso memorie antiche, ricordando silenzi e giustificazioni connesse ad una sorta di religione di stato.

Pensiamo ad esempio alla Sicilia, alle storiche connivenze, alla accettata, anche se ormai non più esibita, o esibita soltanto in casi sparuti, pseudo religiosità dei mafiosi, pensiamo tout court a una religiosità mafiosa che tuttavia è presente, pensiamo al lassismo o misericordismo di maniera, che hanno esaltato le virtù dello scambio e si sono esaltate e gratificate nella compromissione con il potere. Per carità, la Chiesa, certamente tutti, molti di noi, quasi compissimo personali atti liberatori, dicevo la Chiesa ha chiesto ripetutamente perdono. Ma chiediamoci, il perdono cancella veramente la storia? Derida, non è un cattolico però, parla anche di talune imperdonabilità. Pensiamo per esempio alla ideologizzazione dell’antisemitismo che fu anche pratica e quindi in qualche modo facilitò le aberranti logiche dello sterminio. I fatti restano, Pinochet sarà sul balcone della Moneda col papa, Anna Frank continuerà a morire nei campi di sterminio del mondo. E anche quando in Sicilia, nella grande assemblea di Palermo del 94 eravamo ripartiti dall’Apocalisse: “io faccio nuove tutte le cose”, in fondo non eravamo riusciti ad andare realmente più avanti. Si era parlato di un bisogno di lasciarsi alle spalle inveterati fenomeni di immoralità sociale e politica, si riaffermava la responsabilità che hanno i credenti, quasi riprendendo il grido del Papa ad Agrigento. Però quel leggere l’Apocalisse non apparve come bisogno di riscrittura totale. Tutto, alla fine, sembrava urlare solo disperazione ai carnefici, ma in una sostanziale rasserenazione finale. E poi chi erano i carnefici?

Non sembrava venir fuori la profondità della crisi dell’ethos, non si accennava all’etica della responsabilità, si restava in una situazione generica, addolorata ma senza analisi… sostanzialmente rinviando, mettendo da parte approfondimenti, dimenticando quasi tutto un mondo di semplificazioni, di più o meno indirette cointeressenze. Non c’era un interrogarsi sul senso, su un progetto, sull’indicazione di possibile ricostruzione, da tentare almeno, per risanare un tessuto lacerato di convivenza, per definire modelli di identità collettiva. Ad anni di distanza è possibile dire che anche allora ci si limitò alla prassi leggera dei pentimenti, e quasi per uscire dall’incubo si offrì al mondo la figura di un papa turbato, ma come compiaciuto da una trionfale sfilata di vescovi, in una griffe verde smeraldo, certamente donata al vescovo di Palermo da un Cesare di turno, sul terreno anch’esso verde della Favorita, al livello della genialità del Fellini di Roma. Anche i vescovi vestivano Prada.

Certo, siamo stati anche noi all’interno di una struttura di peccato, certamente irresponsabili nonostante le personali affermazioni di impotenza. E anche noi, come nei ragionamenti angosciati di Felice Balbo, sul terzo numero del Politecnico di Vittorini, nel lontano ’45, pensavamo che si era tentato di elaborare principi, di definire valori, ma che alla fine ci era rimasta  soprattutto una problematica consolazione. Invece sarebbe stato più necessario cercare quella luce che sola poteva far superare lo scandalo, pensando… Ricordate? La Arendt  aveva spiegato che il male era banale proprio perché era come se accadesse perché si era rinunciato al pensare: il pensare addirittura  era  stato considerato come un fatto eversivo. Ma la velocità del mondo non ci consente di fare affidamento a vecchi riferimenti. La nostra identità è il vestito che indossiamo e ci caratterizza nei nostri aspetti colpevoli di indifferenza, di latitanza, di aggrovigliato giustificazionismo, e quindi nei flebili pentimenti, e io questo personalmente lo avverto dolorosamente. E sugli snodi del consenso che intorno a noi è maturato, anche in maniera impropria, nelle strettoie e negli anfratti dello scambio, dell’esercizio del potere vessatorio talvolta, ma comunque sempre clientelare, non siamo riusciti a innescare nuovi processi. Abbiamo immaginato capri espiatori alla Girard, ma non abbiamo maturato la consapevolezza che il fattore più forte, nei processi che hanno costruito la nostra storia, non è stato tanto la violenza di coloro che sono stati i dominanti, quanto il consenso ideologico dei dominati.

Forse dappertutto, certo non esclusivamente in Sicilia, come era apparso nella pubblica autoconfessione del 93 all’EUR, quando sciogliemmo, dopo i documenti della Camilluccia, documenti anche miei, il partito dei cattolici, non solo perché non aveva più senso esibire appartenenze e  identità religiose, (lo avevamo capito studiando e leggendo anche le esperienze francesi, Etudes ed Esprit ad esempio) nel momento in cui moltissimi recuperavano il valore comune di un etica civile…. ma anche, diceva il documento di quella Assemblea, perché essendo stati traditi i valori fondativi e le pretese unitarie apparivano schizofreniche simulazioni. Ma, e in questa sede si potrà solo accennarlo, non si potranno dimenticare i generosi apporti dell’antifascismo di alcuni protagonisti che pure anche da noi erano stati all’inizio della nuova fase politica, e poi degli apporti della Fuci degli amici di Moro e Montini, quindi delle successivive generazioni della Fuci, con il manifesto cristiano e antisistema di Marco Alometa, l’allora assistente Padre Amato, e poi della nuova Fuci, sostanza della nuova democrazia universitaria. E ancora di molta parte del libero, per quanto era possibile, associazianismo cattolico, tra giovani, laureati, intellettuali e mondo del lavoro, anche in versione prepolitica. Molti ne hanno scritto, in termini non solo di pura memoria ma, al di là di una logica da annuario, anche in termini critici puntuali e documentati. Potranno testimoniarlo anche qui in questa sede e, auspichiamo, con efficace lettura scientifica, come avvenne per gli studi sulla ricostruzione dopo il terremoto, soprattutto in altre sedi. 

Certo, andando necessariamente all’indietro, potranno rianalizzarsi le diverse fasi della presenza della Chiesa e dei cattolici lungo il secolo scorso, dai fatti generosi di carità a quelli purtroppo discutibili, agli altri che aiutarono, lo ricorda Arturo Carlo Jemolo, forme di coabitazione col fascismo (anche allora aveva corso una sorta di desiderio di compromissorie larghe intese) prima che si giungesse inevitabilmente alle forme del potere assoluto e quindi agli anni del consenso. E su questo credo che sarebbe importante riprendere gli studi dell’ istituto Salvemini, di altri storici, le lettere dal carcere, negli stessi anni di Gramsci, di Lo Sardo, e, sicuramente tra molte altre cose, per il loro significato di narrazione della costruzione della identità di Messina, anche quelle scritte da Guido Ghersi, nella sua “La città e la selva”, cose che avrebbero poi condizionato lo scenario fino alla Liberazione. E anche anni dopo, in termini di formazione della nuova borghesia urbana e del nuovo determinarsi del principio di cittadinanza. Alcuni proprio per questo pensano al tema del riappasare Messina passando dalla ricchezza spesso misconosciuta delle narrazioni. E’ come se per fare questo volessimo ripartire da Lea Vergine che ci ricorda  che il passato rosicchia l’avvenire e rosicchia noi ad ogni istante che trascorre, e che tutto è costellato dai rottami di ciò che cominciavamo ad essere, di tutto ciò che saremmo potuti divenire, di tutto ciò che siamo diventati. Le città appunto sono un tessuto di ripetizioni come la vita, e le strade che percorriamo ci inviano “messaggi ermetici” che costituiscono un “linguaggio latente delle ‘cose mute’.  

Riandiamo a dopo il Concilio: altri protagonisti, portarono avanti fatti associativi e giornali in cui si parlava di popolo in cammino, riprendendo i temi del modo di essere Chiesa che era stato appunto del Concilio. E’ necessario a questo punto ricordare una altra serie di attività di base, di diverso ma comunque importante significato, soprattutto quei cattolici che intorno a padre Sterrantino scriveranno “Il quartiere”, e determineranno incontri sulla città, sui suoi problemi, sui progetti possibili, ed entreranno in modo nuovo all’interno del tema della laicità della politica, affrontando anche dei temi che non consideravano dogmatici, quali quelli dei referendum degli anni ’70. E citare altri cristiani e laici che si ritrovano anche adesso a studiare e ad agire con passione civile con Padre Scalia. E per un momento rifletto  che poi, sicuramente anche per questo, Scalia sarà a lungo allontanato da Messina perché intollerabile. 

Aveva detto don Primo Mazzolari , visitando la Sicilia agli inizi degli anni ’50, che tutto il paese era stanco di impressioni siciliane, ma per leggere la Sicilia bisognava avere occhi aperti e cuore spalancato, ricordava solitudine, silenzio, distese vuote, scoperte, paesaggi di pastori più che di contadini.  Dove le montagne erano “terra disabitata tra tanta gente che la concupisce, terra di nessuno nonostante la fame di terre”. E aggiungeva “in Sicilia l’uomo e la terra non si sono ancora coniugati, non vivono insieme, non coabitano, e non sai mai distinguere dove finisce il campo e dove incomincia la casa”, così parlando poi della Chiesa, diceva che il pregare della gente era piuttosto un’attesa che una richiesta e che avvertiva qualcosa di non ben saldato tra il cattolicesimo e la natura religiosa dei siciliani, e che immaginava che la Sicilia si sarebbe potuta salvare da una feconda ripresa cristiana. Una terra siciliana che era come uno scrigno senza chiave, dove la Sicilia continuava a rischiare di perdersi. E siamo negli anni ’50. Sembrava quasi si esprimesse nei termini delle lotte contadine di La Torre e De Pasquale o anche nei modi drammatizzanti di Danilo Dolci. Aggiungeva : “Se si muove la terra però, si muoverà la Sicilia”, il resto è vaniloquio perché ogni cosa si ferma, anche la religione, non la verità della religione, ma la sua apertura sull’uomo, lì dove la Chiesa, che dovrebbe essere di tutti, avrebbe il dovere di occuparsi di tutti. E invece avvertiva una neutralità disarmata come un cristiano differente, ecco perché concludeva che l’unica Pasqua possibile, sarebbe stata legata a una nuova sostanza religiosa. La Sicilia attende la rinascita della sua cristianità per cambiare volto al suo popolo, e così come non c’è una casa senza terra, e nemmeno la terra senza casa, non può esserci una Chiesa senza popolo. E non è un caso invece che venga tollerato e favorito quel tanto di Cristianesimo e di Chiesa che non nuoce e non infastidisce.

Consentitimi adesso per questo di riandare allo strapotere di mafia in Sicilia, alla prima crisi del potere mafioso che si manifesta dopo il congresso di Agrigento della DC, dopo l’uccisione di Dalla Chiesa e dopo la per loro impensabile espulsione di Ciancimino. Mafia che alla fine reagirà, nell’ultima fase andreottiana con inaudite stragi che coinvolgeranno società e istituzioni, e che poi, in modo felpato, nonostante la dura repressione, continuerà a vivere sotto traccia e a lungo;: ma anche qui è necessario rinviare ad altri specifici incontri. Per noi cristiani dovrebbe essere sentire come nostre le cose che giorno dopo giorno ci dice papa Francesco. Riprendiamo soltanto alcune parole che il papa dice al nostro messinese padre Spadaro, direttore di Civiltà Cattolica, nella famosa intervista. Il Papa ci chiedeva di stare attenti alla tentazione di addomesticare le frontiere: “si deve andare verso le frontiere e non portare le frontiere a casa per verniciarle un poco, per addomesticarle… quando insisto sulla frontiera, in maniera particolare mi riferisco alla necessità, per l’uomo che fa cultura, di essere insito nel contesto per il quale opera e sul quale riflette. C’è sempre in agguato il pericolo di vivere in un laboratorio. La nostra non è una fede-laboratorio, ma una fede-cammino, una fede storica. Dio si è rivelato come storia non come compendio di libertà astratte. Io, dice ancora il papa, temo i laboratori, perché nel laboratorio si prendono i problemi e li si portano a casa propria per addomesticarli, per verniciarli fuori dal loro contesto, non bisogna portarsi la frontiera a casa ma vivere in frontiera ed essere audaci”. 

Quante cose potremmo ancora dire proprio sulla nostra Messina, sul modo come sia rimasta incompiuta dopo la ricostruzione, di come non ha governato il territorio che la circonda e tra il suo essere città e le periferie ha costruito il terribile noto scorsoio di periferie malsane, degradate, invivibili, fuori cittadinanza. Così come oggi non sembriamo sentire com’è dolorosa ma urgente la necessità di essere cristiano in mezzo a un’umanità dilacerata, dissugata che, lasciando nel mare una montagna di cadaveri, cerca di andare su un nuovo cammino della speranza. Ecco, rispetto a questo abbiamo solo detto parole, abbiamo solo offerto lager come risposta al grido di dolore, e le carrette del mare continuano a giungere attraverso questo Mediterraneo del quale siamo stati centrali e lo restiamo ancora perché siamo mediterranei, non siamo un non luogo. Dicevo le carrette del mare continuano a giungere in un allucinante succedersi di carichi di dolore che trasformano il mare di Ulisse che era colore del vino, nel nuovo mare colore del sangue, dove la sofferenza si coglie nei volti essiccati, nella gola incapace di emettere suoni, negli occhi spalancati. E’ come se i riti delle istituzioni non riuscissero in alcun modo a sconfiggere l’inferno dei viventi.

Eppure il Papa diceva come Martin Luther King, “Beati coloro che saranno giudicati per la loro anima e non per il colore della pelle”. Pensare alle speranze, alle angosce di questi ultimi della terra era eversivo, forse non solo per l’Europa, per il Paese… anche per una umana accoglienza di una Sicilia,  dolorosa terra di migrazioni, dopo essere stata “America dell’antichità”?
E per noi cristiani…?

Cortile dei Gentili, Biblioteca Regionale, 30 Aprile - Appunti

On. Prof. Giuseppe Campione 



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