VI CONGRESSO FP CGIL: RICONFERMATA CLARA CROCE'


Anche per i prossimi quattro anni la Funzione Pubblica Cgil di Messina sarà guidata da Clara Crocé. La segretaria uscente è infatti stata riconfermata segreteria della Funzione pubblica della Cgil con votazione unanime. La sindacalista, eletta nel 2009, ha ottenuto piena fiducia dai 74 componenti del direttivo provinciali, anch’essi nominati questo pomeriggio, a cui, come da regolamento, è poi spettato il compito di indicare il segretario. Presenti il segretario generale della Camera del lavoro di Messina Lillo Oceano, Enzo Abbinati della segreteria regionale e Vincenzo Di Biasi della segreteria nazionale.

"Il risultato ottenuto – ha commentato la Crocè – mi fa sentire ancor più responsabile nei confronti dei lavoratori iscritti alla nostra sindacale. Il mio impegno sul campo, così come avvenuto in questo quadriennio, sarà ancora più intenso. Tante sono le battaglie che ci aspettano e farò il possibile per portarle avanti con successo". E sono già numerosi i prossimi appunti scritti nell’agenda 2014 della segretaria: stabilizzazione precari, integrazione oraria per i lavoratori del Comune, pubblicazione dei bandi dei servizi sociali e riorganizzazione del sistema. E ancora Messinambiente, Provincia, Sanità, Enti locali. "Sono sempre stata convinta – ha concluso la Crocé – che la costanza e il lavoro con il passare del tempo premiano e aiutano a cogliere i frutti della fatiche spese sul campo. Il congresso di oggi e il risultato ottenuto mi confermano ancora una volta che è così. Ringrazio tutti coloro che hanno creduto in me e i lavoratori al fianco dei quali combatterò ancora tante battaglie". 

Relazione Clara Crocé VI congresso Fp Cgil:
Cari compagni, innanzitutto vi ringrazio di cuore per aver scelto di prendere parte a questo VI congresso provinciale della  Funzione pubblica della CGIL, che celebriamo  nell’ambito del XVII congresso nazionale della “nostra” CGIL. Mi preme  sottolineare tale concetto di appartenenza, perché in un momento storico così complicato, in cui vengono messi in discussione valori fondamentali come il rispetto della persona, ritengo che il sindacato debba essere considerato un punto di riferimento: uno “strumento” attraverso cui i lavoratori possano difendere il loro sacrosanto diritto al lavoro. E ancora, il sindacato come “spazio”, luogo fisico in uomini e donne individuino un approdo sicuro in quello che da mercato del lavoro è diventato con l’essere un “oceano di disoccupazione”. A “parlare” sono come sempre i numeri, impietosi, che raccontano di un crollo verticale delle produzioni, della continua perdita di posti di lavoro, di esuberi, tagli, cui fa da contrappeso il crescente ricorso agli ammortizzatori sociali. Finiti i quali, però, per molte famiglie viene meno anche l’unica possibile fonte di sostentamento.
Perdere il lavoro a 50 anni, significa spesso non trovare più un’occupazione alternativa. Sono migliaia, come evidenziano le statistiche, i padri di famiglia che dopo aver trascorso anni in un’azienda considerata infallibile, rimangono in mezzo alla strada. Provano a reinventarsi adeguandosi ai nuovi profili del mercato, ma comunque non riescono nell’obiettivo. E questo perché nel frattempo la realtà del lavoro è radicalmente cambiata e con essa sono mutate le competenze e le qualifiche richieste. Ecco dunque che chi si ritrova, volente o nolente, a dover ricominciare tutto da capo, incontra enormi ostacoli, spesso insuperabili. Cresce quindi la disperazione tra i lavoratori, siano essi giovani o adulti, e con essa cresce il desiderio di farla finita: decine, anzi centinaia, ogni anno, i “suicidi da disoccupazione” di cui capita di leggere sulle pagine dei quotidiani. E chissà quanti quelli di cui non avremo mai notizia, consumati magari nel silenzio delle mura domestiche, sul ponte di un’autostrada o in una dispersa stradina di campagna. La sensazione di inutilità e fallimento alimentata da quel brutto “male sociale” che è appunto la disoccupazione, non lascia tregua e si amplifica ogniqualvolta si guarda negli occhi il proprio figlio, a cui non avresti voluto far mancare niente.
E’ però in momenti come questi, cari compagni, che dovete ricordare che non siete voi ad aver fallito, ma il sistema Stato. Un sistema in cui da troppi anni, ormai, la parola Welfare è stata dimenticata, riposta nel più buio e polveroso angolo di un cassetto. Con quale risultato? Quello delle fabbriche che chiudono, dei disoccupati che aumentano, e dei giovani che partono e non tornano più, sempre che abbiano un minimo di  sostegno economico che gli consenta di farlo.
Adesso più che mai stiamo assistendo ad una crisi del welfare indebolito e minato, nelle sue funzioni storiche, dalla falsa idea che la crisi sia determinata dalla spese sociale. Negli ultimi anni, invece, nel nostro Paese, il sistema sociale è stato pesantemente ridimensionato dai governi che si sono succeduti, attraverso l’attacco ai diritti del lavoro, ai sistemi di protezione sociale, agli ammortizzatori, alle pensioni, alla sanità, alla scuola.
Negli ultimi cinque anni, in Italia, si è assistito ad un taglio netto del Welfare, nei fondi per le politiche sociali, per la famiglia, per le politiche giovanili, per le pari opportunità. Anche i fondi per i non autosufficienti, hanno subito dei tagli indiscriminati.
Questo congresso si colloca quindi nel pieno della crisi più grave e profonda che il Paese sta attraversando dal dopoguerra ad oggi. Tale processo ha un carattere strutturale e globale, che è al tempo stesso crisi finanziaria, produttiva, politico-sociale ed ecologica. La crisi ha allargato gli spazi occupati nell’economia dal lavoro nero, dall’illegalità diffusa e dalla criminalità organizzata, che approfittando delle ingenti disponibilità finanziarie derivanti da attività legali e, contestualmente, delle difficoltà di accesso al credito per le imprese, ha consolidato sempre più la sua presenza distorsiva nel mercato.
Il quadro fin qui delineato si tinge di tinte ancor più fosche man mano che si scende verso il sud Italia. Dove si assiste ad una crescente e progressiva desertificazione del tessuto produttivo con pesantissime ricadute sul reddito. E’ nei territori del Mezzogiorno che la caduta verticale del reddito, la crescita esponenziale della disoccupazione giovanile, la ripresa dei flussi migratori verso il nord del paese e dell’Europa, testimoniano l’esistenza di un’emergenza sociale e democratica. Un’emergenza che ha volti di quei giovani per cui al momento risulta impossibile pensare alla parola programmazione.
Se questo è la cornice generale, basta poco immaginare, cari compagni, quali siano gli effetti che si riflettono in ambito locale. Ed in particolare in una città e in una provincia, quella messinese, in cui il tessuto economico, imprenditoriale, della piccola e media industria risulta ormai azzerato. Ancor più preoccupante, però, sono i numeri che attengono alla situazione del pubblico impiego, quello che per storia e tradizione occupazionale ha sempre rappresentato la forza dei comuni del messinese. Anche il posto pubblico, un tempo considerato una certezza, negli ultimi anni ha vacillato.
Da anni, infatti, il lavoro pubblico è sotto attacco, in Italia e in Europa. Lo spazio pubblico è stato messo sul banco degli imputati dai governi di destra e di ispirazione neoliberista.  Nell’epoca della crisi e dell’austerità, le lavoratrici e i lavoratori pubblici sono diventati il capro espiatorio di tutti i rancori ideologici. Una facile preda per la sottrazione di diritti.  In Italia non c’è aspetto della vita dei lavoratori del pubblico impiego che non sia stato aggredito. Attraverso le manovre economiche e finanziarie, attraverso decreti legge spesso blindati, tutto è stato impoverito e intaccato senza troppi scrupoli: stipendi, pensioni, trattamenti di fine servizio. Il precariato è aumentato.
Le donne sono rimaste vittima di un accanimento senza precedenti. Sono stati anni di scontri e battaglie. Anni difficili. Dove l’avversario spesso ha giocato sporco, sfruttando luoghi comuni per trovare quel consenso che gli serviva non a migliorare e rendere più efficiente il servizio pubblico, ma a frantumarlo e metterlo in difficoltà. Come altro giudicare le misure che nel 2008 dovevano contrastare il fenomeno dell’assenteismo e si sono poi tramutate in pratiche vessatorie nei confronti di chi è veramente malato? E i decreti “anticrisi” del 2009, che aumentarono l’età pensionabile delle lavoratrici e ridussero le finestre d’uscita? E poi i rinnovi contrattuali bloccati, gli stipendi e il salario accessorio congelati. 11 miliardi di euro è la diminuzione già avvenuta dal 2010 al 2014 sul capitolo di spesa riguardante le retribuzioni dei dipendenti della P.A., mentre la spesa pubblica complessiva, nello stesso periodo, è aumentata di più di 20 miliardi di euro. Assunzioni e turn over bloccati, progressioni di carriera congelate, l’erogazione di pensioni e Tfr posticipati.
Diciassette sono i miliardi di euro che nel 2014 lo Stato avrà risparmiato per effetto del blocco dei rinnovi contrattuali e del turn-over: un paio di “sostanziose” leggi di stabilità finanziate esclusivamente con i mancati aumenti delle retribuzioni e con la perdita di occupazione “pubblica”.
Duecentocinquanta euro al mese è poi il danno economico (irreversibile ai fini pensionistici) che si è già prodotto nella vita lavorativa di ciascun dipendente.
Anni e anni di riforme delle pubbliche amministrazioni urlate, senza investimenti e con obiettivi esclusivamente riduttivi, hanno dunque riconsegnato al paese una pubblica amministrazione drammaticamente indebolita. Tra tagli e blocchi, il numero dei dipendenti pubblici è dunque sceso drasticamente, senza alcuna attenzione agli effetti, negativi, determinatisi sui servizi essenziali offerti dagli enti locali e dalle Regioni, quali sanità e assistenza alla persona.
Disastri finanziario, default, crisi irreversibile del sistema creditizio. E’ questo ormai il vocabolario delle amministrazione locali, ed è con questo linguaggio che, purtroppo, hanno dovuto fare i conti anche i dipendenti pubblici, diretti o indiretti: l’impiegato comunale; il dipendente della partecipata; il personale dell’indotto. Tutti, chi più chi meno, stanno patendo gli effetti più disastrosi di anni di malagestione politica, di governance fatta di beceri interessi e scambi di voto, che hanno letteralmente ammorbato ed affossato il sistema pubblico. Sulle cui  diramazioni periferiche hanno inciso in modo devastante i tagli perpetrari dai vari governi: dal 2008 al 2013, ci sono stati 32 miliardi di euro in meno di trasferimenti statali, cui vanno sommati i circa 32 miliardi in meno spendibili dai comuni per effetto dei blocchi di spesa imposti dai patti di stabilità.
Uno degli ultimi e più pericolosi provvedimenti, su cui ci auguriamo possa essere fatta marcia indietro, è stato adottato qualche giorno fa in Senato. Tra gli emendamenti al Dl Enti Locali, approvati in Commissione Bilancio, ma dichiarati inammissibili dal Presidente Pietro Grasso, ci sarebbero anche quelli relativi al personale dei comuni italiani, in particolare con riferimento al “capitolo” del salario accessorio. Se la situazione dovesse rimanere tale,  il nuovo governo dovrà subito essere pronto ad affrontare la prima grande mobilitazione sindacale.
Ai tagli indiscriminati si aggiungono gli effetti, disastrosi, generati da una gestione troppo “allegra” degli Enti locali. In questi ultimi mesi non c’è stata Regione italiana che non sia stata “sbattuta in prima pagina” per il modus operandi dei suo amministratori. I quali, dimenticando, o facendo finta di dimenticare, di stare gestendo la “cosa pubblica”, hanno pensato di spendere, spandare e sperperare il nostro denaro senza ritegno. Discorso analogo per i molti Comuni sull’orlo del  dissesto, anch’esso frutto di gestioni “movimentate” o di presunti casi di corruzione. Senza andare troppo lontano, mi vengono in menti i centri di  Brolo, Tortorici,  Sant’Agata, Milazzo, Scaletta: una lunga lista di amministrazioni locali in affanno che a stento riescono ancora a pagare gli stipendi. In alcuni casi per garantire lo stipendio, è stato necessario ridurre l’orario dei lavoro dei dipendenti stessi.
In riva allo Stretto l’amministrazione in pectore sta tentando il tutto per tutto per scongiurare la dichiarazione di default. Nel frattempo, però, questa difficile condizione economico-finanziaria, rende incerto il lavoro, impedisce di pensare con sicurezza al futuro. Diventa impossibile persino pensare ad una programmazione lineare che risponda alle esigenze dei cittadini lavoratori e, di conseguenza, degli utenti, costretti spesso a pagare tasse e tributi senza avere in compenso nessun servizio.
In questi quattro anni la FP CGIL di Messina ha portato avanti decine di battaglie contro gli sprechi della politica, in difesa dei lavoratori. Battaglie spesso condotte in solitaria di cui però oggi iniziamo a cogliere i frutti. E siamo certi che tanti altri saranno i successi che riusciremo ad ottenere per  quanti hanno capito di poter contare su un sindacato degno di tale nome.
Molte sfide le abbiamo vinte, qualcuna l’abbiamo persa, altre sono tutt’ora in corso a causa dell’incapacità della politica a dare risposte serie e concrete. Entro pochi mesi siamo tuttavia certi di poter chiudere, ci auguriamo con successo, vertenze particolarmente difficili. Speriamo insomma di poter dare noi ai lavoratori quelle risposte che dovrebbero invece arrivare dalla politica  e dalle classi dirigenti. Ogni qual volta intraprendiamo una nuova battaglia in difesa del lavoro, lo facciamo con tutte le nostre energie, consapevoli sì del fatto che chi lotta può perdere una battaglia, ma altrettanto certi che chi non lotta ha già perso in partenza. Ed è per questo che per i prossimi mesi la nostra agenda è già piena di impegni  ed obiettivi ambiziosi.
Uno dei principali fronti su cui saremo impegnati, è la lotta al sistema del precariato. Un sistema che negli ultimi anni ha svilito e umiliato il lavoro pubblico tanto negli Enti Locali quanto nella Sanità. I lavoratori sono costretti ad operare in una perdurante condizione di limbo che ne logora l’animo e la mente. Nella sola provincia di Messina i precari negli Enti Locali sono 3185 unità, il personale di ruolo è ridotto a lumicino. Eppure, nonostante questo sfacelo decretato dai numeri, siamo riusciti ad ottenere l‘assunzione, a tempo indeterminato, dei 18 precari in servizio presso il Comune di San Salvatore di Fitalia. Ciò grazie alla piattaforma elaborata dalla Fp Cgil di Messina   impostata sull’attuazione della legge regionale di stabilizzazione.
I prossimi mesi potrebbero dunque essere quelli della svolta epocale sul fronte del precariato. I progetti di stabilizzazioni presentati alla Cri, frutto della collaborazione tra il Sindacato e i Sindaci che hanno scelto di impegnarsi seriamente su tale fronte, avendo ottenuto l’approvazione della stessa Cri, potrebbero concretizzarsi con l’assunzione definitiva dei precari. Tale circostanza è stata confermata anche dal Dirigente Generale Corsello, che ha concesso la riapertura dei termini per la stabilizzazione: essa  consente  la definizione, con l’assunzione a tempo indeterminato, delle procedure avviate  con  la l.r. 24. E’ per questo che abbiamo presentato in tutti i Comuni una seconda piattaforma tecnica chiedendo la riapertura dei tavoli finalizzati alla stabilizzazione.
Nel caso specifico del Comune di Messina, negli scorsi giorni abbiamo sottoposto all’attenzione dell’Amministrazione comunale, e in particolare al segretario generale, Antonio Le Donne, la piattaforma da attuare per consentire di raggiungere tale traguardo. Per la FP CGIL è fondamentale chiudere al più presto una vergognosa pagina di storia del lavoro, anzi del non-lavoro. Il nostro impegno, come detto, è rivolto anche ai precari della Sanità (su cui tornerò più avanti): in questi giorni, sia al Papardo Piemonte che all’Asp, abbiamo chiesto degli incontri per definire la vertenza della stabilizzazione per i precari contrattualizzati al Papardo e il piano di stabilizzazione varato per i 28 LSU in servizio presso l’ASP.
Tornando invece tra i corridoi di palazzo Zanca, oltre alla lotta al precariato, uno dei principali impegni attiene al rodaggio della nuova macchina amministrativa comunale, diventata operativa dal 1 gennaio 2014. E’ necessario snellire le procedure affidando compiti di responsabilità alle strutture intermedie (Posizioni organizzative e alte professionalità). Ciò consentirà di valorizzare i dipendenti, aiuterà a rendere più omogeneo ed efficace il lavoro, ma soprattutto permetterà di eliminare l’odiosa discriminazione operata negli anni dei confronti di molti lavoratori comunali, che certo non meritano tale trattamento.
In questi anni trascorsi alla guida di questa grande sigla sindacale, ho avuto modo di testare quanto questa crisi stia lasciando il segno, e non solo in termini occupazionali. Decine di famiglie allo sbando; padri e madri di famiglie che spesso, mettendo da parte ogni forma di orgoglio, vengono a trovarci presso la sede del nostro sindacato, raccontandoci le loro difficoltà quotidiane: il timore di non arrivare a pagare le bollette, a non poter servizi due pasti al dì o regalare ai propri figli un momento di svago. Ecco perché sempre più di frequente quelli con i lavoratori non sono solo “semplici” incontri sindacali ma, piuttosto, confronti con cittadini in preda alla disperazione.
Grande impegno, nei prossimi mesi, dovremo spenderlo anche sul fronte dei servizi sociali,  settore da sempre vittima delle logiche politico-clientelari che hanno affossato questa città e di cui oggi paghiamo gravi conseguenze, sia sotto il profilo occupazionale, sia sotto quello del servizio. Negli ultimi anni, grazie al lavoro svolto sul “campo”, abbiamo avuto la possibilità di capire fino in fondo quali siano i bisogni sia degli operatori del terzo settore, sia dei tanti cittadini che hanno assoluta necessità di usufruire di assistenza e sostegno. Nel discutere, con la nuova amministrazione, la strada da seguire per avviare un netto cambio di gestione rispetto al passato, abbiamo messo in evidenza l’esigenza di tenere innanzitutto in considerazione gli accresciuti bisogni dell’utenza, procedendo ad effettuarne una nuova mappatura. Sulla base di quest’ultima poi, si deciderà come muoversi e come agire.
Intanto, nell’attesa che venga avviato un serio tavolo di confronto sul modello da mettere in atto, il Comune sta lavorando alla predisposizione dei nuovi bandi. Come Fp Cgi abbiamo presentato della piattaforme rivendicative ben precise su asili Nido,  Sad Anziani, SadH, Cag, Servizio trasporto nei centri riabilitativi e Trasporto e assistenza dei disabili che frequentano le scuole medie superiori. In termini di riorganizzazione, però, pesano parecchio i due milioni e mezzo stanziati dall’Amministrazione nel consuntivo 2013, che chiediamo quindi vengano reinserite  nel  redigendo bilancio del 2014.
Nei molteplici incontri avuti con l’Assessore Nino Mantineo proprio per discutere dei bandi, abbiamo chiesto che venga aumentato l’orario di lavoro: ad oggi, infatti, i precari e i lavoratori impegnati nei servizi sociali che vivono con contratti di lavoro a 18, 20 e 24 ore settimanali, non vivono ma sopravvivono. A maggior ragione quando tali miseri stipendi arrivano con ritardi cronici. A tal proposito, proprio per evitare  che i dipendenti giungano ad uno stato di esasperazione frutto di inefficienze altrui, abbiamo chiesto all‘Assessore di porre paletti ben precisi in merito alla partecipazione delle cooperative: vanno escluse quelle che hanno già in essere contenziosi con l’Amministrazione e quelle la cui capacità economica non sia sufficiente a coprire in anticipo il pagamento di almeno due stipendi nel caso in cui il Comune ritardi nel rilascio delle fatture. Diversamente, tanto vale che sia il Comune stesso ad assumere i lavoratori, eliminando ogni intermediario. Speriamo che queste richieste non rimangono inascoltate, perché caro Sindaco, caro Assessore, i dipendenti delle cooperative.
E’ necessario garantire i livelli occupazionali puntando magari al pontenziamento del servizio trasporto e assistenza igienico sanitaria dei disabili nelle scuole superiori, e le attività dei Centri di aggregazione giovanile. In entrambi i casi si tratta di servizi che, anche sulla base delle necessità dell’utenza e del territorio, meritano di essere potenziati, con un beneficio sia per i lavoratori che per la città. I Cag, in particolare, potrebbero diventare degli importanti presidi di legalità in cui i giovani possano trovare un solido punto di riferimento, ancor di più quando viene meno un modello familiare positivo. Altrettanto importante è l’incremento del numero degli asili nido comunali. Messina, infatti, ne conta solo tre contro i quattro di Barcellona. E’ chiaro, però, che di questi servizi debba usufruire chi veramente ha bisogno e per fare questo è necessario effettuare degli attenti controlli fiscali.
Un tassello da rimettere a posto è poi quello di casa Serena, su cui purtroppo continua a piovere sul bagnato. La struttura di riposo per anziani di Montepiselli, rappresenta il peggior esempio della lottizzazione politico-sindacale del terzo settore. Come si ricorderà nel 2013 l’ex-commissario straordinario, Luigi Croce, dispose la chiusura di parte della struttura per consentire l’avvio di necessari interventi di ristrutturazione. Ciò ha determinato il temporaneo spostamento di una parte consistente di anziani in altre strutture di Messina e provincia, e, contestualmente, la riduzione della forza lavoro. E’ dunque stato necessario ricorrere alla cassa integrazione in deroga, i cui effetti sono però terminati a fine 2013.
Ad oggi, dunque, come emerso anche durante l’ultimo incontro avuto con l‘Assessore Mantineo e con il dirigente del dipartimento servizi sociali, Giovanni Bruno, è necessario trovare una soluzione per quei lavoratori in esubero, anche perché non è possibile tenere attivi 100 lavoratori per soli 58 anziani. Al momento sono 35 le unità di personale impiegato e la fine dei lavori appare ancora lontana. Per i dipendenti attualmente non in servizio, è quindi stata immaginata una possibile ricollocazione all’interno dei bandi della 328, relativamente all’assistenza agli anziani e all’implementazione di alcuni servizi. Come organizzazione sindacale riteniamo sia necessaria massima collaborazione e per questo abbiamo chiesto all’amministrazione di presentare una proposta organica atta a garantire i lavoratori gli utenti e il mantenimento della Casa di Riposo.
Non meno complicata del terzo settore, è la situazione in cui versa il servizio di igiene ambientale cittadina, gestito dalla Messinambiente. I fatti emersi nelle ultime settimane, le denunce di alcuni consiglieri comunali, la conferenza con cui il sindaco, Renato Accorinti, ha deciso di fare chiarezza sul passato, e quindi sul presente e sul futuro della partecipata, non ci sconvolgono. E sapete perché cari compagni? Perché in tempi non sospetti questa organizzazione sindacale aveva denunciato le tante storture di un sistema che già faceva acqua da tutte le parti. Un sistema in cui la politica ha fatto il bello e il cattivo tempo, sfruttando l’esistenza di Messinambiente a proprio uso e consumo. Le conseguenze di questa mala gestione sono finalmente sotto gli occhi di tutti ed è arrivato il momento che chi ha delle responsabilità paghi per i danni arrecati alla città, ai cittadini e anche ai lavoratori. A tal proposito devo però dire di provare profonda indignazione nell’apprendere che oggi è il personale della partecipata  a pagare il prezzo più alto per i misfatti commessi da altri.
Nel corso delle assemblee e degli incontro avuti in queste intense settimane precongressuali, infatti, ho avuto l’opportunità di parlare con molti dipendenti della partecipata che mi hanno raccontato dell’atteggiamento, spesso ostile, assunto nei loro confronti dai cittadini. I quali considerano il personale come la “zavorra”, il vero male della società e, di conseguenza, come la principale causa degli elevati tributi che sono costretti a pagare. Sono questi, purtroppo, gli effetti di una governance da sempre impostata su interessi strettamente personalistici, che ha fatto leva sui bisogni della gente e che oggi genera, in questo come in altri settori, un’ odiosa guerra fra poveri.  La fase che ci troviamo ad affrontare, particolarmente delicata dal punto di vista finanziario, lo è altrettanto da quello etico-morale. I lavoratori diventano  il capro espiatorio di colpe di cui dovrebbero invece farsi carico quella classe politica che in passato, attraverso la partecipata del Comune, hanno costruito gran parte del proprio consenso elettorale. Non mancano le critiche e le polemiche anche sul ruolo giocato negli ultimi anni dal sindacato.
Ebbene, questa sigla, e gli iscritti che oggi ne fanno parte, rivendicano a testa alta di non aver beneficiato di passaggi di livello “telecomandati”, di “promozioni” rese in cambio di qualcosa. Chi oggi si scaglia contro i lavoratori non deve dimenticare che è solo grazie a queste persone, al loro agire quotidiano, per tanti mesi svolto senza neanche ottenere le dovute retribuzioni, che la spazzatura viene raccolta per le strade. E quando ci capita di vedere sacchi di immondizia adagiati qui e lì agli angoli delle strade o sui marciapiedi, non dimentichiamo che la colpa non è dei lavoratori ma di noi cittadini, spesso incivili, che anziché depositare la spazzatura nel sito idoneo, preferiamo abbandonarla dove ci viene più comodo. Ben venga fare chiarezza sulla cattiva gestione di questi anni; siamo pienamente d’accordo a scoperchiare pentole e vuotare sacchi, purché lo si faccia con la consapevolezza che le colpe nono sono quelle dei lavoratori, anello più debole della catena, ma di quanti hanno fatto leva sui loro disperati bisogni. Il futuro dell’igiene ambientale passa inoltre dalla costituzione delle SRR e dei relativi Aro, entro cui transiterà tutta la forza lavoro di Ato3 3 Messinambiente.
All’Assessore Ialacqua chiediamo immediatamente un tavolo di confronto, perché dai proclami stampa e ora tempo di passare ai fatti. Le amministrazioni si  giudicano sugli atti adottati, ma purtroppo, ancora adesso, non abbiamo capito quale sia la strada che intende seguire la Giunta Accorinti. Quel che è certo è che come Fp Cgil non acconsentiremo mai ad una privatizzazione della società. Non lo abbiamo fatto nel periodo della gestione Buzzanca-Ruggeri e speriamo di non doverci aspettare questo da un’Amministrazione impegnata nella difesa dei beni comuni.
Non meno complicata è la situazione del settore igiene ambientale nei Comuni della provincia, dove in questi ultimi anni sono stati vissuti momenti profondamente drammatici: licenziamenti, mancati pagamenti degli stipendi lavoratori  alla disperazione. Come non pensare, a tal proposito, ai dipendenti dell’AtoMe2  senza retribuzione da 22 mesi. Grazie al lavoro di ”pressing” svolto in questi mesi dalla Fp Cgil, siamo riusciti ad ottenere diversi incontri a Palermo, l’ultimo lo scorso venerdì, proprio per discutere dei pagamenti degli stipendi ai lavoratori degli Ato. Dei 244 dipendenti impiegati presso la Dusty (società operante per conto dell’Ato2),  licenziati il 15 giugno del 2013, 80 ancora non hanno trovato occupazione.
Situazione analoga  per i dipendenti dell’AtoMe1 dove le ditte che operano sono cinque. Quattro di queste cinque aziende (Multiecolpast – Consorzio Fasteco – Gilma srl – Coop. Ambiente ), hanno già avviato le procedure  di licenziamento per  circa 200 lavoratori, i quali vantano  gli stipendi da oltre un anno. Anche in provincia, dunque, il complicatissimo puzzle della ricollocazione dei lavoratori, passerà dalla costituzione delle Srr.
Altro settore cardine dell’azione sindacale portata avanti dalla Fp Cgil, è quello sanitario, dove negli ultimi anni si è lavorato per fare emergere le molteplici discrasie e i tanti paradossi di un sistema diventato sempre più manageriale e sempre meno sanitario. Personale medico, paramedico, operatori socio-assistenziali, infermieri, si trovano quotidianamente a fare i conti con un’organizzazione che spesso non consente di pensare a pieno, e a dovere, ai bisogni dei pazienti. I tagli imposti dal governo centrale, ultimo in ordine di tempo il decreto Balduzzi, hanno duramente provato il già precario equilibrio del sistema sanitario siciliano, con durissime ripercussioni a livello provinciale, soprattutto nella riduzione dei posti letto e, più in generale, in un decurtamento delle risorse. Le misure imposte da Roma sono il risultato di anni di sprechi che hanno reso tristemente noto il sistema, spesso corrotto, della sanità siciliana, dove gli interessi di pochi hanno avuto la meglio sui bisogni, vitali, dei più.
Ospedali, cliniche, aziende sanitarie, sono diventate negli anni terreno di incontro e scontro politico, oggetto di lottizzazione per questo quel partito. Ecco perché sulle ormai prossime nomine dei manager sanitari, il governatore Rosario Crocetta si gioca una partita importante, da cui dovrebbero emergere profili di manager realmente in grado di innalzare i bassi livelli del sistema sanitario della nostra Regione.
L’inaccettabile riorganizzazione della rete ospedaliera, il mancato raccordo  fra l’ospedale ed il territorio, rappresentano solo alcuni dei fallimenti delle politiche sanitarie  del precedente  governo regionale, ma anche dell’attuale, che sta manifestando assoluta inadeguatezza nelle scelte fin qui operate. La nostra città, ad esempio, è stata sempre considerata terra di conquista  per i manager della sanità e i professionisti della politica. Come non ricordare, a tal proposito, l’assurdo caso dell’ex-Ospedale Margherita che ancora adesso, dopo continui tira e molla, permane in una condizione di assoluto degrado. Più volte, proprio in relazione al nosocomio di viale della Libertà, abbiamo denunciato le anomalie gestionali dell’Asp. E tuttavia, sembrano essere state inutili le decine di lettere aperte e richieste di intervento da noi inviate alla Regione e alla magistratura contabile, per evitare non solo la distruzione di una struttura importante per il territorio, ma anche per impedire lo sperpero di risorse pubbliche.
Rispetto al “Caso Margherita”, in questi anni abbiamo assistito a una sorta di schizofrenia gestionale da parte dei manager che hanno guidato l’Asp5 di Messina: dall’iniziale progetto di realizzazione di un polo per lungodegenza, si è passati all’idea di realizzare un centro diagnostico di eccellenza, per poi apprendere che le costosissime apparecchiature all’uopo acquistate dovevano essere “dirottate” verso ben altri lidi”, (Barcellona), dove tuttora risultano inutilizzate a cause delle carenze d’organico specializzato che le faccia funzionare.
Altrettanto complessa la  problematica dei Punti Nascita (PN). Lo conferma lo scontro giudiziario in atto tra il governatore Crocetta e l’ex-commissario Manlio Magistri riguardo la soppressione del punto di Barcellona e il trasferimento a Milazzo. In città, invece, è ancora sospesa la situazione del Papardo-Piemonte, che faremo il possibile perché non si concluda con la soppressione del Pn del Piemonte. A proposito del Piemonte, in questi anni la Fp Cgil ha portato avanti una dura battaglia affinché non si giunga alla definitiva soppressione della struttura, mantenendo solo il pronto soccorso. Emblematica, nelle recenti settimane, è stata la vicenda riguardante il servizio di Anestesia e Rianimazione, in forte sofferenza per l’esiguità di organico di medici Anestesisti. In merito proprio alla condizione di sofferenza del personale, a ricordarci quanto e come il sistema sanitario risulti essere vittima di una pessima organizzazione del lavoro, ci pensa una recente sentenza della Corte Europea, intervenuta per difendere il diritto, anche per i medici italiani, al limite di 48 ore per l’orario lavorativo settimanale medio e a periodi minimi giornalieri di riposo di 11 ore consecutive.
Un medico del pronto soccorso, in quanto dirigente, non ha diritto ai riposi? Il deferimento italiano ad opera della Corte di Giustizia Europea, avviene  dopo un primo richiamo, del maggio 2013, con cui la Corte stessa chiese al nostro Paese di adottare le misure necessarie ad assicurare che la legislazione nazionale ottemperasse agli obblighi derivanti dalla direttiva europea sull’orario di lavoro dei medici del servizio sanitario pubblico. E’ impensabile  che siano i turni massacranti di medici e operatori sanitari a sopperire alle mancanze del sistema, al blocco del turn over che riduce il personale ed ai pesanti tagli per oltre 30miliardi di euro, con servizi essenziali spesso resi possibili solo grazie al lavoro degli oltre 10mila medici precari. Le conseguenze di questa cattiva organizzazione del lavoro si ripercuotono in primis su chi deve usufruire di cure mediche.
É altresì importante un segnale forte e tangibile sulla valorizzazione delle professioni sanitarie, a partire dai contratti di lavoro, ma anche dalle grandi incompiute: competenze, profili professionali, formazione, precarietà. Temi che vanno affrontati in una prospettiva di riorganizzazione del sistema in cui le professioni sanitarie siano il motore dell’innovazione dei servizi alla salute.
Tanti i problemi anche a livello locale, molti dei quali, grazie all’intenso e attento lavoro svolto in questi anni sul territorio, sono riusciti a risolversi nel migliore dei modi. E tuttavia, una cattiva organizzazione del lavoro incide pesantemente sia sulla qualità delle prestazione offerte che, di conseguenza, dei servizi resi, ed è un prezzo troppo alto da pagare. E’ anche per questo che la nostra attività deve andare avanti senza sosta, senza conoscere momenti di stand-by. Non possiamo permettercelo. Soprattutto per coloro che credono nelle parole, ma ancor di più nei fatti e nelle azioni che la FP CGIL è riuscita a metter in campo in questi quattro anni.
Penso, ad esempio, al caso della  vertenza della clinica Santa Rita: 53 lavoratori per quasi due anni sono rimasti senza stipendio e, successivamente, terminata la fase di cassa integrazione, senza altra forma di sostentamento. Nelle scorse settimane, a seguito di nostre insistenti richieste, abbiamo ottenuto un incontro alla Regione e finalmente è stato risolto il nodo dell’accreditamento, ovvero chi ne fosse titolare, se i proprietari della Santa Rita, o l’Ati Hospital, subentrata ai primi, ma successivamente fallita. Chiarito questo aspetto, e precisato che il rilascio dell’accreditamento è una competenza che spetta alla Regione, dovrebbe procedere senza troppe difficoltà il piano di vendita dalla clinica, acquisita dai titolari della Casa di cura Carmona, con la garanzia del riassorbimento dei 53 lavoratori.
Come non ricordare poi la vertenza Dismed che ha consentito di scongiurare la chiusura del centro; o ancora la vertenza Teseos, per cui negli scorsi giorni, durante un incontro con la SSR, è stato discusso il passaggio dei lavoratori delle tre cooperative socie al consorzio Sisifo, che ha acquisito il 51% delle quote dell’Asp. E poi ancora, la  vertenza Giardino sui laghi. La Fp Cgil non ha mai dimenticato di tutelare i diritti, spesso sacrificati, dei nostri iscritti, all’interno dei nosocomi cittadini, dove le direttive impartite dai manager sanitari, il cui unico obiettivo è far quadrare i conti, ignorano le esigenze di chi ogni giorno lavora in condizioni spesso proibitive. La sanità, così come l’ambito dei servizi sociali, costituiscono settori nevralgici delle nostre comunità da salvaguardare nel miglior modo possibile.
Tra le questioni da affrontare nel prossimo quadriennio, un posto importante lo occupa anche la riforma del sistema carcerario, le cui disfunzioni hanno determinato gravi drammi personali. Ancora una volta parlano chiaro i numeri: negli ultimi 10 anni 80 i suicidi. Alla casa circondariale di Gazzi, attualmente, risultano impiegate 204 unità di polizia penitenziaria, 154 ai servizi interni e 50 addetti alle traduzioni. Tutto ciò di fronte di un organico previsto di 293 unità. Sul fronte opposto, invece, i posti detentivi reali sono 140, contro i 310 detenuti attualmente costretti nel carcere messinese. Per la Fp Cgil, una situazione del genere dovrebbe suggerire al governo di integrare il personale mancante, come poliziotti penitenziari, educatori e assistenti sociali. Invece si continua ad assistere non solo ad una perdurante rispalmatura delle risorse umane disponibili, ma addirittura, come nel caso di assistenti sociali ed educatori, ad una loro ulteriore riduzione del 10%.
Ci sono poi da segnalare quei poliziotti ai quali continuano ad essere bloccati, da ben 4 anni, i rinnovi contrattuali, oltre alle indennità accessorie previste dalla normativa. A parità di funzioni, i colleghi in servizio nelle carceri degli altri Paesi europei hanno retribuzioni in media superiori del 40% di quelle attualmente percepite dagli appartenenti al Corpo di Polizia Penitenziaria.
Alle nostra latitudini non è tuttavia solo il sistema penitenziario a far registrare pensati insufficienze. Acqua decisamente agitate anche tra le pieghe del mondo della giustizia. Mentre in città continua ad impazzare il dibattito sulla futura collocazione del secondo palagiustizia, comincia a profilarsi il serio rischio che i 19 milioni di euro stanziati ormai più di vent’anni fa vadano in fumo. Se così fosse, Messina perderebbe una grandissima e ghiotta occasione per trovare una collocazione adatta e definitiva degli uffici giudiziari. Soprattutto per cercare di dare una degna sistemazione ai tanti operatori della giustizia costretti a lavorare in condizioni tutt’altro che agevoli.
Negli anni passati la Cgil aveva proposto quella che, a nostro avviso, sarebbe stata la soluzione più sensata: parlo cioè della realizzazione di una vera e propria cittadella giudiziaria  un moderno plesso giudiziario in grado di ospitare  tutti gli uffici giudiziari e la Casa Circondariale , proposta che, se fosse stata adottata a tempo debito, avrebbe potuto risolvere i problemi logistici della giustizia messinese. Se ciò fosse avvenuto avremmo individuato da tempo la strada migliore e avremmo consentito ai dipendenti di migliorare, già da un pezzo, le condizioni di lavoro. Come non pensare, ad esempio, alla drammatica situazione di Palazzo Imfra, che ospita la Sezione Lavoro e il Giudice di Pace, o ai dipendenti che lavorano nei sotterranei, come gli impiegati dell’Ufficio Gip, della Procura e di alcuni uffici del Tribunale Civile).
Mandato in soffitta quel progetto, la Fp Cgil, visto le chiacchiere stanno a zero tra le ipotesi più discusse in queste settimane, ovvero l’ipotesi e Casa dello Studente e quella dell’ex-Margherita, ha proposto l’immediato spostamento degli Uffici collocati negli scantinati di Palazzo Piacentini in locali di proprietà comunale ubicati al centro, quali possono essere quelli di via Cadorna o di via Pietro Castelli; l’avvio di una transazione che consenta alle parti interessate al contenzioso in atto, Gmc., Imfra e Curia Arcivescovile; l’utilizzazione di tutti gli edifici disponibili a Messina per l’attività giudiziaria, come gli archivi e gli uffici che non prevedono un flusso continuo di avvocati (es: scuola di formazione, uffici di polizia giudiziaria), nonché del Tribunale di Sorveglianza di Messina. I soldi risparmiati dagli affitti dei locali ove ha sede il Tribunale di Sorveglianza potrebbero essere utilizzati per le spese necessarie al fine di rimodernare i nuovi locali (ad esempio l’immobile di via Cadorna).
Fari puntati anche sugli operatori del comparto difesa, dove è attualmente in corso la definizione delle piante organiche e ricollocazione del personale in esubero.
Occhio vigile, scusando il gioco di parole, anche per il comparto dei Vigili del fuoco, fortemente danneggiato dai tagli imposti dal governo. Negli scorsi giorni, la Fp Cgil ha evidenziato l’assoluta necessità di potenziamento del Comando provinciale dei vigili del fuoco di Messina, in modo da riuscire ad assicurare un servizio di soccorso che riesca ad essere inlinea con la maggior parte del territorio nazionale, tenuto conto soprattutto della particolare posizione della nostro provincia, che certo non favorisce il rapito arrivo di mezzi di soccorso da altre parti del territorio regionale o nazionale. In particolare si chiede la costituzione di un distaccamento nella zona sud della città, attualmente raggiungibile solo dalla sede centrale; potenziare il distaccamento di Milazzo; istituire il distaccamento permanente di Roccalumera, assegnando i relativi organici; ed infine, favorire l’istituzione di distaccamenti volontari in tutte le isole minori ed in altri comuni del territorio interno.
In tema di riorganizzazione di servizi sull’intero territorio della provincia messinese, una partita importante si gioca sul “banco” della cancellazione delle province e della costituzione, in sostituzione di quest’ultime, di Consorzi di Comune o Città Metropolitane. Ebbene, a diversi mesi di distanza dall’annuncio show del presidente della Regione, questa pseudo riforma si sta solo rivelando un grande bluff. Non siamo noi a dirlo, ma i molteplici “stop” che legge sta incontrando in aula, dove della originaria forma della normativa di Crocetta rimane ben poca. Prova né è il recente voto favorevole all’emendamento che ha escluso l’eventuale creazione delle città metropolitane, con grave danno per la città di Messina. Come Cgil, sia in questa circostanza, sia in occasione dell’approvazione della recente manovra finanziaria poi impugnata dal Commissario dello Stato, Aronica, abbiamo evidenziato l’atteggiamento schizofrenico di Crocetta, la cui azione di governo, almeno fino ad oggi, si è rivelata ben poco concreta.
Al presidente però sfugge forse che questa politica dell’annuncio, che si ferma al primo passo senza compiere i successivi, determina gravi conseguenze a livello territoriale. Il caos gestionale legato alla nomina di commissari (prorogati per altri sei mesi nella speranza di fare cerchio, se mai avverrà, sulla riforma) che operano con risorse limitate e “vincolate” alle successive trasformazioni normative, ha ad esempio creato parecchi problemi nel mantenimento di servizi essenziali come quello del trasporto e dell’assistenza igienico-sanitaria dei disabili nelle scuole superiori di Messina e provincia. In questi mesi abbiamo organizzato decine di proteste e proprio negli scorsi giorni abbiamo dato mandato ai nostri legali di accertare la legittimità dei bandi espletati dalla provincia, a tutela dei livelli occupazionali  e del servizio agli utenti.
Un doveroso ringraziamento lo rivolgiamo anche alla Prefettura di Messina, sempre presente al fianco dei lavoratori e del Sindacato nella risoluzione di numerose vertenze. Molte altre ancora sono le battaglie che la Fp Cgil sta combattendo in silenzio, senza cercare il clamore dei media, ma nell’esclusivo interesse dei lavoratori: penso ai lavoratori dell’ex cooperativa-Agrinova, un tempo impiegati nei servizi di scerbatura dei cimiteri, di cui a breve discuteremo  con l’Amministrazione Accorinti; ai dipendenti della PUMEX, azienda che estraeva, trasformava e commercializzava la Pomice di Lipari, che hanno perso il loro lavoro a seguito della dichiarazione UNESCO del sito eoliano quale “Patrimonio dell’Umanità”. Dallo scorso 1.gennaio i lavoratori ex Pumex hanno cessato anche di svolgere la loro attività come personale precario presso il Comune di Lipari. A seguito, infatti, dell’impugnazione da parte del Commissario di Governo della Regione Sicilia di una norma della Legge di Stabilità 2014 che prevedeva la prosecuzione del finanziamento del “Progetto Obiettivo” già disposto con precedente norma regionale, ogni tipo di attività è stata interrotta e i lavoratori si trovano in una condizione di estrema difficoltà senza alcun tipo di ammortizzatore attivabile.
C’è ancora tanto, insomma, su cui dover lavorare, ma è fondamentale, soprattutto con riferimento agli enti locali, la reale e piena applicazione del contratto di lavoro, il vero strumento di forza in mano ai lavoratori. Bisogna riaffermare il valore dei Ccnl e la loro funzione di rappresentanza e di ricomposizione del lavoro per estendere le tutele e il riconoscimento dei diritti universali a una più vasta platea di lavoratori oggi esclusi o marginalmente coinvolti, consolidando anche un approccio di genere. Diciamo un netto no agli accordi separati e rinnoviamo  la nostra attenzione al rilancio della contrattazione di 2° livello e a quella sociale e territoriale. Bisogna puntare ad una “semplificazione” dei contratti in previsione della diminuzione del loro numero, di riduzione degli orari di lavoro in favore dell’occupazione, soprattutto giovanile, di contrasto all’illegalità, di certezza dei percorsi negoziali e di esigibilità degli accordi. A questo proposito chiediamo la cancellazione delle norme in contrasto con l’esercizio della contrattazione, prime fra tutte la legge Brunetta.
La contrattazione rappresenta l’essenza dell’identità della Cgil. Con gli accordi interconfederali sulle regole, sulla democrazia e sulla rappresentanza, la contrattazione assume una nuova esigibilità e quindi una valenza strategica per la ripresa dell’unità sindacale fondata sulla partecipazione dei lavoratori. Tali accordi vanno quindi applicati ed estesi a tutte le controparti, rappresentando una reale alternativa alla pratica degli accordi separati. In questa fase straordinaria di crisi e di cambiamento, l’esercizio, il rafforzamento e l’autonomia della contrattazione sono essenziali per ristabilire un nuovo e più efficace rapporto tra i diritti del lavoro e i diritti di cittadinanza.
L’elenco delle cose da dire, i punti da affrontare ed analizzare sarebbero ancora parecchi, ma oggi più che mai siamo certi che non siano le parole a dovere avere spazio, bensì i fatti, le azioni concrete. E’ il tempo di costruire. Nei prossimi quattro anni la nostra città, il nostro Paese,  si giocano una partita importantissima, per lo sviluppo e per il lavoro. Come sindacato abbiamo un ruolo chiave nella strategia di rilancio da cui passa il futuro dei nostri giovani, a cui fino ad oggi non abbiamo lasciato nulla, se non le macerie di un territorio un tempo glorioso. E’ nostro dovere “mettere in piedi”  qualcosa di sano per i vostri, anzi per i nostri figli, nipoti, per tutti quei ragazzi che, spesso contro volontà, lasciano la propria casa, la propria terra, i propri affetti, portando con loro una valigia si piena di sogni, ma piena anche di tanta rabbia.
Rabbia per non avercela fatta a studiare e crescere  nella loro città natale. Rabbia per le ingiustizie che hanno osservato e di cui magari sono stati vittime. Rabbia per i tanti coetanei che hanno mollato. E’ una sfida importante in cui tutti siamo chiamati ad occupare un ruolo responsabile, nel vero interesse delle fasce più deboli della popolazione. Il livore, il rancore, che spesso caratterizzano i nostri gesti quotidiani, frutto di una somma di ingiustizie di cui ci sentiamo o siamo realmente protagonisti, deve diventare la molla del riscatto. Dobbiamo farlo per noi, per la nostra dignità di essere umani, per coloro che dalla crisi sono stati letteralmente risucchiati; per coloro che hanno detto addio alla vita; ma soprattutto per coloro che, nonostante tutto, nonostante le insopportabili storture del sistema, resistono e non mollano la presa.
Sono questi gli esempio positivi, di cui questa sala è piena, da cui dobbiamo ripartire e. Siete tanti e non riesco a distinguere bene i volti di ognuno, ma non importano nomi e cognomi. E sapete perché? Perché con ciascuno di voi ho condiviso indimenticabili momenti di lotte, di battaglie, di manifestazioni, di scioperi, di sit-in. Abbiamo affrontato fasi difficili, spesso ci siamo ritrovati a combattere da soli, ma sono state proprio quelle circostanze ad averci fatto crescere e diventare più forti, come sindacalisti e come lavoratori. La forza della Fp Cgil, di questa grande sigla sindacale di cui grazie alla vostra fiducia ho avuto l’onore di essere segretario, siete voi, cari lavoratori.  Voi, Compagni di mille battaglie. Buon congresso a tutti!


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